Non solo Iran: dalla crisi energetica fino ai Treasury e alla crisi del credito privato, l'economia fa traballare il consenso (mai così basso) del presidente Usa
Si scrive Donald Trump, si legge Jimmy Carter. E sempre più americani, adesso, vorrebbero urlargli in faccia quella frase che, già dai tempi di The Apprentice, l’ha reso (ancora) più famoso. “You’re fired”, mister Trump. E, alle elezioni di Midterm, a novembre, The Don rischia davvero una mazzata. Perché gli americani, per carità, hanno mille difetti. Ma c’è una cosa che non perdonano: la debolezza. Ecco, Trump ostenta sicumera, forza fino a sorpassare il limite della prepotenza. Senza ottenere granché se non dalla pavida Europa. Col paradosso che il più bullo degli inquilini della Casa Bianca rischia di passare alla storia come il più debole (e disastroso) Jimmy Carter. Già, il presidente che, prima di lui, s’andò a infognare in Iran cavandone sconfitte e crisi energetiche ed economiche disastrose. Così diversi, nelle premesse e nelle impostazioni. Così simili, oggi, per gli effetti delle loro politiche. La crisi energetica, per esempio.
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Trump come Carter?
L’America di oggi si ritrova a combattere contro il caro pompa, un qualcosa di inedito se non si torna indietro agli anni dell’amministrazione Carter. Il gallone costa caro e Trump non sa più cosa inventarsi per convincere Big Oil a calmierare i prezzi. Da lui, chiaramente, nessuno si aspetta l’austerità né gli appelli a consumare meno che hanno depresso, all’epoca, gli americani. Resta, però, il tema centrale. E cioè la forte dipendenza degli Usa dalle materie prime energetiche straniere. Sembra un ossimoro ma non lo è. Non per caso Donald Trump s’è imbarcato nell’avventura venezuelana prima di sbattere il grugno contro la tigna degli ayatollah iraniani. Ciononostante, l’inflazione rimane un problema serio per gli Usa.
Inflazione e consumi, che guaio
Gli ultimi dati fanno sorridere la Casa Bianca, la discesa però è risicata: dal 3,5% di giugno al 3,4% di luglio. Certo, ai tempi di Biden era ancora più elevata. Ma le proiezioni degli economisti dell’Università del Michigan riferiscono che sull’anno si attende un’ulteriore crescita del livello medio dei prezzi (dal 4,2 al 4,3%). Per molto meno, in Europa, si sono alzati i tassi di interesse a costo di stroncare (come accaduto) la produzione e l’economia continentale. La Fed, ora guidata dal fido Kevin Warsch, non potrà abbassare i tassi. A ciò si accompagna pure un indebolimento dei consumi. Fatto che, negli Usa, è epocale. L’incubo, pertanto, è quello che già affossò, ancora di più della crisi degli ostaggi in Iran, la presidenza di Jimmy Carter. Quello, cioè, della stagflazione. Una parola che venne coniata proprio per descrivere la situazione che, all’epoca, era abbastanza inedita per gli Usa. Inflazione alta, produzione stagnante e consumi balbettanti. Un potenziale cataclisma.
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Treasury e credito privato: che succede a Wall Street
Donald Trump lo sa. E sa pure che ci sono altre questioni drammatiche che rischiano di far esplodere i mercati. C’è la bolla, potenziale, dell’intelligenza artificiale che ha già bruciato il patrimonio di Elon Musk. Ma c’è pure lo scricchiolio che s’avverte attorno ai Treasury. L’aggressiva politica estera della Casa Bianca, insieme a tutta una serie di fattori geoeconomici, ha convinto banche centrali straniere e governi a non comprare più debito americano. Per adesso i mancati acquisti dall’estero son compensati dalla domanda privata. Però i rendimenti rimangono troppo alti. Si parla già di “nuova normalità” e sappiamo, fin dai tempi del Covid, che quando s’evoca questa figura retorica si sta provando a nascondere un problema (enorme) sotto un tappetino di pudore. E poi, per Trump, c’è un altro potenziale pericolo. Quello legato alla crisi del credito privato. Duemila miliardi di dollari in prestiti, asset e chissà cos’altro che potrebbero esplodere in mano ai fondi, perno decisivo della finanza Usa, da qui ai prossimi mesi.Finora, il sistema ha retto nonostante la corsa ai rientri scatenata dalle notizie che, via via, affollano le colonne dei giornali specializzati. Non succede, ma se succede, per Trump sarebbe una iattura. Persino peggiore di quella che vive in Iran dove è stato costretto a dar fondo a tutto “l’esorbitante privilegio” del dollaro per tentare di rintuzzare la resistenza di Teheran.
Crollo della popolarità
Si scrive Trump, si legge Jimmy Carter. Un sondaggio Reuters Ipsos inchioda il tycoon. Solo un americano su tre (33%) approva il suo operato. Il resto del Paese (64%), invece, non aspetta che le Midterm per esprimergli nelle urne tutto il suo disappunto.