Donald Trump continua a barcollare tra minacce roboanti e fantasie geopolitiche. L’ultima, affidata a un post su Truth, è una sequenza di affermazioni ai limiti del ridicolo: “Lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo”, “tutte le mine sono state rimosse”, “il blocco navale resta pienamente in vigore”, “nessun contatto con l’Iran”. Una narrazione che non ha retto nemmeno un’ora, smentita dai fatti, dai dati e, soprattutto, dagli stessi iraniani.
I continui cambi di rotta di Trump
Il paradosso è che appena il giorno prima, a Fox News, il tycoon aveva raccontato l’esatto contrario, ovvero l’esistenza di un “canale riservato” con i Pasdaran, con cui gli Stati Uniti starebbero parlando “direttamente”. Una contraddizione talmente plateale da essere demolita in pochi minuti da Hossein Mohebbi, portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, che ha definito le parole del presidente americano “una illusione”. Nessun dialogo, nessun canale, nessun contatto. Teheran non gli ha concesso nemmeno l’onore di una smentita diplomatica. Ha liquidato Trump come un uomo che si inventa trattative inesistenti.
Lo Stretto di Hormuz non è sotto il controllo degli Usa
La realtà dello Stretto è ancora più impietosa. I dati preliminari di Kpler, rilanciati da media internazionali, hanno mostrato che lunedì solo sei navi mercantili hanno attraversato Hormuz: tre in entrata e tre in uscita. Altro che “aperto e operativo”. Il traffico è ai minimi, la crisi è totale, e l’idea trumpiana di dichiarare lo Stretto “nuovo territorio degli Stati Uniti” è stata respinta con sarcasmo dal vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi: “La sua illusione sarà corretta. Oppure saremo noi a correggerla”. Una risposta che vale più di un comunicato. La Repubblica islamica non solo non riconosce la pretesa americana, ma rivendica apertamente la capacità di smentirla sul campo.
Guerra e diplomazia
A Teheran non basta la fermezza militare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha spiegato che gli Stati Uniti “ci supplicano di negoziare alle nostre condizioni”, rivendicando che il memorandum del 17 giugno conteneva “13 disposizioni a nostro favore e una sola a loro favore”. E accusando Israele di aver sabotato l’intesa. Per Araghchi, l’Iran “ha vinto la guerra e la diplomazia”, e la postura americana è ormai quella di chi non ha più leve credibili. Una lettura che, al netto della propaganda, riflette un dato incontestabile. Washington ha pochissime opzioni militari praticabili contro l’Iran e ha perso il controllo dello Stretto per il prossimo futuro. Resta solo la pressione economica, l’unico strumento che l’Amministrazione trumpiana riesce ancora a manovrare.
La missione in Iraq di Araghchi
In questo quadro, assume un peso decisivo la missione a Baghdad del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, negoziatore nei colloqui più delicati con gli Stati Uniti. Il viaggio in Iraq è un tassello strategico per il coordinamento con le milizie sciite, la discussione sulla sicurezza dei confini e la gestione delle esportazioni di greggio. L’Iran consolida la sua rete regionale mentre gli Usa faticano a contenere l’impatto della crisi di Hormuz sulle esportazioni irachene, crollate da 3,4 milioni di barili al giorno a poco più di due milioni.
La violenza di Israele
A complicare ulteriormente le cose, contribuisce l’inaffidabilità di Israele. L’inviato Usa per la Siria, Tom Barrack, ha accusato Tel Aviv di essere responsabile dei raid contro la base di Abu Duhur, definendoli “un’escalation inutile”. Un alleato che agisce senza coordinamento, che intralcia la strategia americana e alimenta tensioni già fuori controllo. In Cisgiordania l’Idf ha superato una “soglia” inquietante, con i numeri scritti sulla fronte dei palestinesi fermati nei raid, una pratica che ricorda periodi bui e che il deputato Ahmad Tibi ha definito “scioccante e ripugnante”. La disumanizzazione come metodo operativo, mentre il premier Netanyahu perde il controllo del suo apparato di sicurezza.
La bocciatura degli americani
In tutto questo, Trump vede erodersi anche il suo capitale politico interno. I sondaggi registrano un calo di popolarità significativo, alimentato dalla percezione di una leadership confusa, contraddittoria, incapace di trasformare le minacce in risultati. La sua geopolitica è fatta di annunci, non di fatti concreti. Questi ultimi, uno dopo l’altro, lo smentiscono.