Vergarolla, Meloni rompe il silenzio su una pagina rimossa del Novecento
Ottant’anni dopo, Vergarolla smette di essere soltanto una ferita rimossa e torna ad essere ciò che è sempre stata, una strage italiana, una tragedia nazionale, un nodo storico e morale che interpella la coscienza pubblica. Il massacro del 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Pola – il più grave e sanguinoso della storia dell’Italia repubblicana – non può più essere confinato in una memoria marginale, coltivata quasi in solitudine dagli esuli, dai loro discendenti e da quella parte d’Italia che per decenni ha rifiutato l’oblio imposto dal conformismo culturale e politico.
Le parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni segnano un punto fermo, Vergarolla fu una carneficina, un crimine impunito, una pagina buia del Novecento che attende ancora verità piena e giustizia storica. Non è un dettaglio lessicale.
Per troppo tempo attorno a quelle vittime, uomini, donne, bambini uccisi mentre assistevano a una manifestazione sportiva, si è sedimentata una coltre di reticenze, ambiguità, minimizzazioni.
Oggi questo schema non regge più. La verità storica non può essere selettiva, né piegata alle convenienze della politica. Se esiste una memoria repubblicana autenticamente condivisa, essa deve includere anche ciò che per anni è stato trascurato, se non apertamente rimosso. Vergarolla appartiene a questa storia, non solo come episodio irrisolto, con autori mai accertati, mandanti mai individuati e finalità mai chiarite, ma come spartiacque umano e civile. Quell’eccidio contribuì infatti in modo decisivo alla scelta di tanti italiani di lasciare Pola e imboccare la via dell’esodo. Fu il segnale definitivo che una comunità non aveva più futuro nella propria terra.
C’è un punto, però, che la riflessione pubblica deve assumere fino in fondo. Ricordare Vergarolla non significa alimentare rancori o riscrivere la storia in chiave propagandistica. Significa restituire dignità alle vittime e rompere finalmente il tabù di una sofferenza nazionale a lungo considerata secondaria, nell’idea che la memoria non debba avere morti di serie A e di serie B, né debba essere filtrata attraverso le antiche lenti dell’appartenenza ideologica. Fare i conti con il Novecento, tutto il Novecento, vuol dire avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Nel buio di quella strage emerge poi la figura esemplare di Geppino Micheletti, il medico dell’ospedale di Pola che continuò a operare feriti e mutilati anche dopo aver appreso di aver perso il fratello, la cognata e i due nipoti. In quella dedizione estrema c’è qualcosa che supera la cronaca e si fa simbolo: il volto migliore di un’Italia ferita ma non piegata, capace di trasformare il dolore in dovere, la tragedia in responsabilità, il lutto in servizio.
La linea indicata dal governo è chiara e va sostenuta. Custodire e tramandare il ricordo delle vicende del confine orientale come parte integrante della memoria nazionale ed europea. Non per chiudere il passato in una celebrazione rituale, ma per aprire finalmente una stagione di consapevolezza piena. Perché una nazione matura non teme la verità, anche quando è scomoda. La cerca, la difende e la consegna alle generazioni future. Vergarolla, ottant’anni dopo, chiede esattamente questo. Memoria, verità, giustizia. E soprattutto il coraggio di non voltarsi più dall’altra parte.
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