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Esteri

Europa nel mirino dell’Iran: il Financial Times suona la campana di guerra

Crosetto: “Nulla è precluso, ma se fossi nel FT eviterei di offrire spunti”

di Ernesto Ferrante -


Nel momento in cui il conflitto tra Stati Uniti e Iran sembra avviarsi verso una nuova fase di tensione, il Financial Times rimette sul tavolo lo scenario dell’Europa come possibile teatro di rappresaglie iraniane, qualora Donald Trump decidesse di colpire infrastrutture strategiche della Repubblica islamica. Un racconto che ripropone, con sorprendente fedeltà, le argomentazioni care al Deep State statunitense e a certi ambienti politico-finanziari britannici, da sempre inclini a trascinare il Vecchio Continente nella polveriera mediorientale.

Le fonti del FT e la pericolosità del suo messaggio

Il quotidiano londinese cita due fonti “vicine al regime” per sostenere che Teheran avrebbe valutato attacchi contro asset militari americani e alleati in Europa sudorientale, come la base bulgara di Bezmer, quella britannica di Akrotiri a Cipro, la base navale di Souda Bay a Creta, fino al sito Aegis Ashore in Romania. Una mappa che coincide perfettamente con le linee di vulnerabilità Nato e che, non a caso, rievoca il tentativo, abortito, con cui Trump cercò di costruire una coalizione internazionale per sottrarre lo Stretto di Hormuz al controllo iraniano. Anche allora, la narrativa anglo-americana puntava a coinvolgere l’Europa in un confronto diretto con gli iraniani, salvo infrangersi contro la riluttanza dei partner europei a farsi trascinare in un pantano non loro.

Crosetto fiuta la trappola

Il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto, interpellato dall’Adnkronos, ha colto immediatamente il punto politico: “Nulla è precluso, ma se fossi nel Financial Times eviterei di offrire idee e spunti”. Una frase che è molto più di una battuta. Crosetto ha per certi versi denunciato implicitamente il rischio che certe ricostruzioni giornalistiche finiscano per alimentare una spirale di escalation, suggerendo scenari che Teheran potrebbe non aver mai preso realmente in considerazione. Il ministro ha ricordato come la tattica iraniana sia stata quella di “portare il caos anche verso luoghi e nazioni che non avevano alcun ruolo nel conflitto”, ma senza che ciò autorizzi a trasformare ogni crepa europea in un bersaglio già selezionato.

Le armi a disposizione dell’Iran

Resta il fatto che l’Iran dispone di un arsenale balistico potenzialmente in grado di colpire il fianco sudorientale dell’Alleanza. I missili Emad e Ghadr-1, evoluzioni dello Shahab-3, raggiungono i 2.000 chilometri, il Sejjil-2, a propellente solido, può essere lanciato in tempi brevi, i missili da crociera Soumar e Paveh arrivano a 2.500 chilometri, con profili di volo radenti pensati per eludere i radar. Il temibile Khorramshahr-4, con una testata da 1.500 kg, potrebbe teoricamente estendere la propria gittata fino a 3.000 chilometri, mettendo a rischio anche capitali europee come Vienna, Berlino e Roma. Capacità reali, non ipotesi giornalistiche, che spiegano perché l’Europa non possa permettersi leggerezze di sorta.

Di fronte a questo quadro, la reazione della Nato è stata immediata e prevedibile. Un funzionario dell’Alleanza ha ricordato alla Cnn che “la postura di deterrenza e difesa è forte ed efficace”, citando le recenti intercettazioni di missili iraniani diretti verso la Turchia. Una risposta automatica, quasi pavloviana, che ricorda il celebre cane. Basta agitare la minaccia iraniana perché l’Alleanza salivi al richiamo, ribadendo la propria prontezza a “difendere ogni alleato”.

La sfida di Ghalibaf

Sul versante iraniano, intanto, la leadership politica ha rilanciato una visione diversa. Mohammed Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento, ha celebrato sui social il “nuovo ordine regionale” nato dal sangue di Abu Mahdi al-Muhandis e Qassem Soleimani, sostenendo che gli Stati Uniti starebbero cercando “un’uscita onorevole” dal Medio Oriente. Un messaggio che è insieme rivendicazione e sfida, perché sconfessa la retorica di Trump sulla capacità americana di plasmare l’area e, allo stesso tempo, risponde con durezza alle ostilità francesi, dopo l’espulsione reciproca di diplomatici.

In questa cornice, la ricostruzione del FT appare meno come un’analisi indipendente e più come l’ennesimo tassello di tattica volta ad allargare il conflitto. Una pressione che Crosetto ha avuto il merito di segnalare, perché la guerra, quando la si evoca troppo spesso, finisce per trovare la strada per diventare reale.


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