L’estate in cui sparirono le cozze
I mari si fanno sempre più caldi e di mitili ce ne sono sempre di meno (e costano di più)
Ce la ricorderemo quest’estate, altroché: la ricorderemo come l’estate in cui sparirono le cozze. I mitili simbolo della bella stagione, l’impepata che è la regina delle cene (e dei pranzi) estivi è stata la grande assente di questi mesi caldi, caldissimi. Fin troppo. Tanto da far (quasi) sparire dalle nostre tavole, appunto, le (altrimenti) immancabili cozze.
L’estate in cui sparirono le cozze
Ma cosa è successo? Come mai son scomparse, non se ne trovano più? Semplice, dicono gli itticoltori che già fanno i conti con calcolatrici e segni meno in bilancio. Fa talmente tanto caldo che le cozze non riescono a raggiungere l’età matura. In pratica, come hanno spiegato in lungo e in largo gli esperti e chi, dell’allevamento di cozze ha fatto un’attività economia, la temperatura delle acque dei nostri mari è salita. Fin troppo, specialmente nel mare Adriatico. La conseguenza è ferale, almeno per le povere cozze. Quando il novellame viene messo a coltura, a cause delle temperature eccessive, non reggono più i filamenti che consentono al mollusco di rimanere (proverbialmente) ancorata allo scoglio. Così la cozza, ancora troppo giovane per essere raccolta e pescata, finisce nelle profondità marine dove si condanna a morte certa e fin troppo prematura.
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Il caldo e la mucillagine
C’è, poi, un’altra concausa che mette in pericolo la cozza. Si tratta della mucillagine. Che è, spiegata in parole poverissime, un ammasso gelatinoso prodotto da alcune specie di alghe che si attacca ai filari e impedisce la crescita dei bivalvi. Ciò accade perché blocca, sostanzialmente, il gel blocca l’apertura delle cozze e non consente loro di filtrare l’acqua. In pratica le lascia senza ossigeno, le soffoca. Senza pietà, senza speranza. La causa della proliferazione della mucillagine, manco a dirlo, è l’aumento delle temperature dell’acqua del mare. I fertilizzanti che poi ci finiscono dentro, purtroppo, per gli allevatori e i buongustai, fanno il resto.
Granchio blu, quanto ci costi
Finita qui? Macché. È proprio vero che non c’è due senza tre. E il terzo grande nemico delle cozze è un altro animale che ha finito per colonizzare, letteralmente, le nostre cozze. Non ha un predatore naturale, è una specie aliena che si riproduce all’infinito dominando la catena alimentare. È il granchio blu che, oltre a far strage di vongole (rare quanto se non più delle cozze stesse in questa estate), sta dando parecchio filo da torcere a tutto il comparto pesca nazionale. Stando ai numeri Coldiretti, dal 2022 a oggi, l’apparizione del crostaceo è costata a tutte le aziende nazionali qualcosa come 200 milioni di euro. I danni, nella sola Emilia Romagna, ammontano a ben 17 milioni. Ora l’idea è quella di trovargli un “competitor” naturale in grado di rimetterlo al suo posto. La scommessa dei ricercatori dell’università di Bologna è tutta su un altro dei grandi protagonisti del mare (e della tavola) italiana: il polpo. Ne hanno rilasciati addirittura 80mila. Qualcosa succederà. Almeno si spera.
E l’impepata costa sempre di più
La situazione è seria e i numeri lo testimoniano. Solo nel 2024, la produzione di cozze è crollata del 23 per cento, se ne son perse ben 13mila tonnellate. Nel 2025, poi, gli acquisti da parte delle famiglie son diminuiti del 7,7 per cento mentre il valore della spesa sostenuta è salito del 17,8%. È sempre la stessa storia, quella raccontata dai numeri della Bmti: paghiamo di più, per mangiare di meno. E, infatti, il prezzo medio è salito da 4,22 a 5,38 euro al chilo, con un aumento percentuale che quasi sfiora un terzo: +27,6 per cento in un anno solo. Insomma, le cozze costano caro. A patto di trovarne, però.
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