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Omicidi-suicidi: gli psicologi lanciano l’allarme sul rischio emulazione

di Priscilla Rucco -


Una sequenza di omicidi/suicidi ha scosso il Paese nell’arco di pochi giorni, risollevando il quesito che psicologi e operatori della salute mentale conoscono bene: quando un gesto estremo occupa quotidianamente le prime pagine, può trasformarsi, agli occhi di chi già vive una sofferenza profonda, in una via d’uscita percepita come possibile? A porre la questione è Ivan Iacob, segretario dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani (Aupi), che invita a non sottovalutare il peso dell’imitazione – simulazione – accanto alle cause individuali di ciascuna singola vicenda di cronaca nera.

I casi

Il primo episodio risale al 31 agosto, nel quartiere Pietralata di Roma, dove sono stati trovati senza vita un uomo di 42 anni, la moglie di 41 e la loro bambina di cinque, affetta da una grave disabilità dalla nascita.

Gli accertamenti indicano nel padre l’autore del gesto estremo; i genitori avevano lasciato alcuni biglietti in cui raccontavano l’isolamento e la fatica di assistere la figlia, nonostante la presa in carico da parte dei servizi sociali del IV Municipio e della Asl. Il 3 settembre, in un’unica giornata, altre tre tragedie.

Ad Ostia un uomo di 54 anni è stato trovato senza vita in strada, sotto il palazzo in cui viveva con la madre di 82 anni, rinvenuta morta nell’appartamento. A Barberino di Mugello, nel Fiorentino, un trentaseienne ha ucciso l’ex compagna, Lorena Isceri di 45 anni e si è tolto la vita nei pressi di un viadotto dell’A1: per gli inquirenti si tratta di un femminicidio seguito dal suicidio.

La donna, rinchiusa dall’ex nel portabagagli dell’auto, aveva avvisato la madre, un amico e le forze dell’ordine, di quanto stesse avvenendo; purtroppo nessuno è riuscito a rilevare la posizione di Lorena. A Finale Ligure, nel Savonese, un uomo di 60 anni avrebbe ucciso la moglie e il figlio quattordicenne prima di togliersi la vita. Su tutti i fatti le procure hanno aperto indagini e disposto le autopsie. Non sono raptus improvvisi. Perché, allora, nessuno ha colto per tempo i segnali che potevano salvarli?

La lettura degli esperti

Alla base di queste vicende, osserva Iacob, c’è presumibilmente un dolore profondo unito a uno stato di alterazione psicologica. Nel caso romano le difficoltà legate alla condizione della bambina sono documentate, mentre per gli altri episodi le dinamiche restano da chiarire.

Proprio in una condizione di crisi, però, la mente tende a semplificare: chi attraversa un momento di grande difficoltà e vede rappresentata una soluzione estrema già compiuta da altri può arrivare a percepirla come praticabile, immediata, concreta. È il cosiddetto effetto “Werther”, descritto dalla letteratura scientifica da decenni e alla base delle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sul racconto dei suicidi: evitare toni sensazionalistici, non descrivere le modalità, non presentare il gesto come la risposta ad un problema.

Uno studio dell’Università di Torino ha però rilevato che i principali quotidiani italiani rispettano solo in parte tali indicazioni. Il tema non è marginale: secondo l’Istituto superiore di sanità, in Italia circa quattromila persone ogni anno si tolgono la vita, in un Paese che pure figura tra quelli a più basso rischio nel mondo.

Gli omicidi-suicidi restano fortunatamente rari rispetto ad altre forme di violenza domestica, ma sono tra gli eventi più difficili da prevenire, perché spesso maturano nel silenzio di chi si sente senza via d’uscita e senza possibilità alcuna di essere aiutato.

Prevenire, non solo raccontare

Per lo psicologo la prevenzione si gioca prima che avvengano le tragedie. Quali sono i consigli che gli esperti danno? Intercettare il malessere quando può ancora essere accolto e trattato, prendendo in carico l’intero nucleo familiare, con misure di sostegno adeguate per chi assiste un parente con disabilità e coinvolgendo i familiari anche quando la patologia riguarda una sola persona.

La tragedia di Pietralata, con una madre che aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alla figlia e un aiuto pubblico che c’era, ma non è bastato, dice quanto sia sottile il confine tra assistenza e solitudine, e quanto pesi, per chi si prende cura di un familiare fragile, la mancanza di respiro. Anche il modo in cui l’informazione sceglie di raccontare questi fatti, senza tacerli ma senza trasformarli in spettacolo, fa parte della prevenzione.

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