La bomba a Ranucci? Prima viene Report
Quando il giornalista diventa protagonista della propria inchiesta, può accadere che l'attentato finisca sullo sfondo e la Rai salga sul banco degli imputati
Sigfrido Ranucci. ©ANSA
C’è un curioso rovesciamento delle priorità nella vicenda di Sigfrido Ranucci. Davanti alla sua abitazione esplode un ordigno. L’inchiesta giudiziaria porta a degli arresti. Valter Lavitola ammette davanti al gip di essere il mandante, pur sostenendo di avere commissionato un’azione diversa da quella poi realizzata. Il movente che offre agli inquirenti (un attentato organizzato, a suo dire, persino “per il bene” di Ranucci) viene giudicato dal gip inverosimile e privo di riscontri.
Insomma: c’è una bomba, c’è un uomo che si attribuisce la qualifica di mandante, c’è una versione dei fatti che non convince il giudice e c’è un movente ancora tutto da comprendere.
Materiale, insomma, da inchiesta.
E invece no. Il grande processo pubblico sembra essersi rapidamente trasferito da chi avrebbe ordinato un attentato a chi avrebbe deciso di cambiare il conduttore di Report.
La Rai diventa imputata. I colleghi diventano antagonisti. La sostituzione alla conduzione diventa una battaglia per la libertà di stampa.
Tutto legittimo, naturalmente.
Ranucci ha il diritto di difendere la propria posizione professionale. Ha il diritto di contestare la decisione dell’azienda, di rivolgersi agli avvocati, di denunciare ciò che ritiene un torto, persino di considerare la scelta Rai un’ingiustizia politica.
Ma il diritto di difendersi non trasforma ogni controversia in una persecuzione. E soprattutto non modifica l’ordine logico delle cose.
Una bomba è un reato. Un cambio di conduzione è una decisione aziendale.
Confonderli significa fare della vittima di un attentato il pubblico ministero della propria vicenda professionale.
E qui viene il paradosso.
Le domande che contano più del nuovo conduttore di Report
Ranucci conosce perfettamente il valore delle domande. Lo ha dimostrato per anni.
Conosce la differenza tra un fatto e una deduzione. Tra un documento e una dichiarazione. Tra una responsabilità accertata e una responsabilità soltanto ipotizzata.
Sa che in un’inchiesta seria non si comincia dalla sentenza per poi cercare le prove che la confermino.Si fa il contrario: si raccolgono i fatti,
si formulano le ipotesi, si cercano i riscontri.
E, soprattutto, si segue il movente.
Allora perché questo metodo sembra improvvisamente arretrare quando l’oggetto dell’inchiesta è la sua stessa persona?
La domanda non è provocatoria. È metodologica.
Perché Lavitola dice di aver ordinato l’attentato?
Perché proprio Ranucci?
Qual era il movente reale?
Chi ha deciso che l’azione dovesse trasformarsi in un’esplosione?
Quali parti della versione di Lavitola sono state riscontrate e quali no?
Che cosa non torna nella sua ricostruzione?
Sono domande infinitamente più inquietanti di quella relativa al prossimo conduttore di Report.
E sono domande che non riguardano soltanto Ranucci.
Riguardano la sicurezza di un giornalista, la libertà dell’informazione, la capacità dello Stato di individuare mandanti ed esecutori di un attentato e, soprattutto, la possibilità di comprendere se dietro quella bomba ci sia una storia molto diversa da quella finora raccontata.
Il bersaglio comodo è la Rai, non chi ha ordinato l’attentato
Per questo sorprende che il dibattito sembri essersi concentrato con tanta energia sulla Rai.
La Rai può essere criticata. La Rai può sbagliare.
La Rai può essere persino accusata di una scelta politicamente orientata, se qualcuno è in grado di dimostrarlo.
Ma la Rai non ha fatto esplodere quella bomba.
E i colleghi di Ranucci, per quanto possano essere diventati protagonisti di uno scontro professionale, non sono il mandante dell’attentato.
Almeno, non sulla base di ciò che oggi risulta.
E qui sarebbe utile applicare a se stessi quella stessa severità che si pretende dagli altri.
Perché il giornalismo d’inchiesta ha una regola elementare: non confondere il nemico con il bersaglio più comodo.
Il bersaglio più comodo, oggi, sembra essere la Rai.
Il bersaglio più importante è altrove.
E non serve alcuna simpatia per Lavitola, né alcuna ostilità verso Ranucci, per riconoscerlo.
Anzi, proprio perché Lavitola ha ammesso di essere il mandante, la domanda dovrebbe diventare ancora più urgente.
Una confessione non chiude necessariamente un’inchiesta, a volte la apre.
Soprattutto quando il confessore offre una spiegazione che il giudice considera inverosimile.
Ed è qui che il giornalista dovrebbe tornare a essere quello che è stato tante volte: l’uomo che non si accontenta della prima versione dei fatti.
Il vero conduttore da trovare è chi ha voluto la bomba
Non c’è bisogno di trasformare Ranucci in un martire. Non c’è bisogno di trasformarlo in un imputato.
E non c’è bisogno di scegliere tra Ranucci e la Rai.
C’è bisogno di scegliere tra una narrazione comoda e una domanda scomoda.
Perché Report può cambiare conduttore. Una redazione può cambiare assetto. Un contratto può finire.
Una poltrona televisiva può essere assegnata a qualcun altro. Ma una bomba davanti alla casa di un giornalista non è una metafora editoriale.
È una bomba.
E una bomba non chiede chi condurrà Report.
Chiede chi l’ha fatta mettere lì, perché l’ha fatto e cosa c’è ancora da scoprire.
Forse, prima di processare la Rai, sarebbe il caso di finire quell’inchiesta.
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