Ranucci: il giallo dell’intervista sparita in Zimbabwe, la “consulenza” di Lavitola
Al centro del terremoto mediatico e giudiziario che sta scuotendo i vertici della Rai c'è un clamoroso "giallo" internazionale che unisce l'Italia allo Zimbabwe, passando per il mercato milionario dei crediti di carbonio
Il giallo dello Zimbabwe: l’intervista sparita di Ranucci e la “consulenza” di Lavitola che ora imbarazza la Rai.
L’intervista di Ranucci
La linea di confine tra giornalismo investigativo e tutela di interessi privati quanto sottile può essere? E’ bastata una manciata di e-mail a rendere indispensabile l’interrogativo.
Al centro del terremoto mediatico e giudiziario che sta scuotendo i vertici della Rai c’è un clamoroso “giallo” internazionale che unisce l’Italia allo Zimbabwe, passando per il mercato milionario dei crediti di carbonio.
È la storia di un’intervista nata nell’ombra, corretta a quattro mani con un acclarato faccendiere e poi misteriosamente svanita dal web non appena i riflettori del Tg1 si sono accesi sul caso.
Cronologia di un cortocircuito giornalistico
La successione temporale degli eventi delinea un quadro tanto anomalo quanto inquietante.
29 giugno 2026 (ore 18:06)
Sigfrido Ranucci invia via e-mail a Valter Lavitola la bozza di un’intervista non ancora pubblicata, condotta dal giornalista Kenneth Nyangani della testata africana The Standard.
L’oggetto è esplicito: “corruzione Zimbabwe”. Nella stessa comunicazione, Ranucci chiede espressamente a Lavitola di inviargli i dati del “millantatore” (o “corruttore”) coinvolto.
4 luglio 2026
Gli inquirenti effettuano una perquisizione a casa di Lavitola, scoprendo per la prima volta le carte dell’indagine sul grave attentato dinamitardo contro lo stesso Ranucci.
Notte tra il 4 e il 5 luglio 2026 (ore 3:30 del mattino)
Tramite una microspia piazzata nell’auto di Lavitola, gli inquirenti intercettano una telefonata criptata di circa due ore tra la vittima (Ranucci) e il presunto carnefice (Lavitola), in cui i due ragionano su alibi e moventi.
5 luglio 2026
Poche ore dopo la telefonata notturna, sul quotidiano dello Zimbabwe The Standard viene pubblicata l’intervista a Ranucci.
1-2 settembre 2026
Il Tg1, in un servizio di Martino Villosio, rivela l’esistenza delle e-mail. Nel giro di pochissime ore, nella notte successiva alla messa in onda del telegiornale, l’intervista svanisce misteriosamente e senza spiegazioni dal sito della testata dello Zimbabwe.
Il ruolo operativo di Lavitola: fonte o “co-autore” di Report?
Il dettaglio più scottante emerso dagli atti riguarda la natura del rapporto tra il conduttore di Report e il faccendiere. Ranucci non si è limitato a ricevere informazioni da Lavitola: gli ha sottoposto in anteprima il testo dell’intervista estera prima che venisse pubblicata.
Quando Lavitola chiede spiegazioni sulla destinazione di quel materiale, Ranucci chiarisce in modo inequivocabile: “Serve per la nostra inchiesta”.
Lavitola, che in Zimbabwe gestiva imponenti interessi economici legati alle concessioni di carbon credit, assume così una veste che va ben oltre quella del semplice informatore.
Diventa un vero e proprio partner operativo e strategico di una “grande inchiesta” televisiva che sembrava plasmata su misura per tutelare i suoi affari.
L’intervista pubblicata su The Standard, infatti, appare fortemente promozionale. Le domande, insolitamente lunghe e infarcite di dettagli tecnici precisi, sembrano servite su un piatto d’argento. Permettono a Ranucci di lanciare messaggi rassicuranti agli investitori. E soprattutto, per suggerire congetture sulla credibilità di Ben Chimutengo, il socio locale di minoranza con cui Lavitola era in aperto e durissimo conflitto economico.
Ranucci spende il peso e l’autorevolezza ottenuta nel servizio pubblico televisivo italiano per etichettare come “impostore” l’uomo che, secondo la versione di Lavitola, lo stava ricattando in Africa.
Il possibile conflitto d’interessi e le domande senza risposta
Mentre la Procura di Roma si starebbe attivando per acquisire le e-mail e l’intervista rimossa per verificare eventuali tentativi di condizionamento su Report, la vicenda lascia sul tavolo interrogativi pesantissimi sulla condotta del vicedirettore di Rai Tre.
La Rai era informata?
Un vicedirettore di rete può rilasciare un’intervista a una testata estera parlando di un’inchiesta della Tv di Stato ancora in corso, senza alcuna autorizzazione aziendale?
Esisteva davvero un’inchiesta?
C’era un’effettiva inchiesta formale e strutturata all’interno della redazione di Report sullo Zimbabwe, o si è trattato di un’iniziativa personale gestita privatamente e mai formalizzata nei canali redazionali?
Quale era il vero fine delle risorse pubbliche?
È accettabile che risorse della Tv di Stato vengano utilizzate e promesse all’estero (Ranucci nell’intervista annunciava l’imminente invio di un team di giornalisti investigativi dall’Italia) a sostegno (diretto o indiretto) della credibilità e degli interessi economici reputazionali di un amico “fraterno”, oggi in carcere come mandante del suo stesso attentato?
La difesa di Ranucci si trincera dietro la legittimità del continuare a occuparsi di crediti di carbonio, tema già trattato in passato da Report.
Ma la rapidità con cui l’intervista è stata cancellata dal sito dello Zimbabwe non appena è emerso lo scambio di e-mail suggerisce il panico di chi sa che un velo è stato squarciato.
E che, dietro il paravento del giornalismo d’inchiesta “senza paura”, si nascondeva un imbarazzante e gravissimo cortocircuito.
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