La minaccia che si è smaterializzata, spostandosi dalla strada alle reti telematiche protette e alle camerette degli adolescenti
C’è una faglia profonda che separa la retorica della sicurezza dai dati oggettivi: cosa c’entra l’estremismo? Il dossier del Viminale del 15 agosto scorso certificava un calo del 10% dei delitti nel primo semestre dell’anno.
A scuola di estremismo
Eppure, la risposta dello Stato imbocca decisamente una strada opposta: un irrigidimento delle misure preventive, specie dentro e intorno al mondo della scuola, dove da mesi l’attenzione è stata intensificata.
Se i reati tradizionali diminuiscono, perché succede tutto questo? La risposta risiede in una minaccia che si è smaterializzata, spostandosi dalla strada alle reti telematiche protette e alle camerette degli adolescenti.
Il recente caso del sedicenne italiano residente a Monza, posto in comunità dopo aver accertato il suo autoaddestramento con finalità di terrorismo, istigazione a delinquere e apologia del fascismo, svela i meccanismi di questa eversione. Non si tratta di vecchie aggregazioni ideologiche, ma di “radicalizzazione ibrida”.
Un radicalizzato “ibrido”
Nelle chat cifrate frequentate dal minore, la simbologia neonazista e suprematista conviveva con la propaganda jihadista dell’Isis, accomunate solo dal culto della violenza estrema.
Lo smartphone dell’adolescente, schermato da connessioni Vpn, custodiva un arsenale digitale: il “Manuale dell’odiatore”, “Siege – Assedio” sulla lotta armata dei lupi solitari, istruzioni operative per compiere attentati riducendo le tracce forensi, guide per sintetizzare esplosivi come il perossido di acetone e miscele termitiche, un cartone animato autoprodotto che riproduceva un assalto armato a una sede istituzionale estera. Nella sua camera, un coltello, una svastica e un passamontagna.
L’allerta
Per affrontare episodi come questo, le istituzioni rispondono intervenendo sullo spazio fisico scolastico. La direttiva congiunta del gennaio scorso, firmata da Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi, prevede un monitoraggio territoriale gestito d’intesa con le prefetture.
E, in contesti critici, l’impiego di metal detector portatili agli accessi, operati dalle forze di polizia, senza coinvolgere il personale scolastico. Un approccio che rivela un limite strutturale.
Mentre lo Stato militarizza gli ingressi degli edifici scolastici, la minaccia penetra direttamente attraverso le solitudini digitali delle camerette.
Presidiare le aule per fermare il contagio eversivo, deve accompagnarsi – come sta succedendo – al monitoraggio continuo dei canali crittografati dei social, il vero laboratorio della radicalizzazione sempre più frequente dei giovani. Un fenomeno contro il quale si è deciso di mantenere alta la guardia.