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Cultura & Spettacolo

Ricomporre Ardengo Soffici: l’Edizione Nazionale e il ritorno di un autore scomodo

I primi volumi riportano alla luce un protagonista del Novecento che la cultura italiana ha a lungo preferito eludere

di Ernesto Ferrante -


L’avvio dell’Edizione Nazionale delle Opere di Ardengo Soffici non è soltanto un’operazione filologica. Significa riportare al centro del discorso pubblico un autore che l’Italia culturale ha spesso trattato con imbarazzo, oscillando tra celebrazione intermittente e rimozione. Soffici è stato tutto: pittore, scrittore, polemista, futurista, critico, memorialista. Ma è stato anche un intellettuale che ha attraversato il Novecento con una radicalità che oggi appare difficile da metabolizzare.

L’Edizione Nazionale, istituita dal Ministero della Cultura nel 2024, presieduta da Simonetta Bartolini e curata da Fabio Pastorelli, promette oltre quaranta volumi divisi in nove sezioni. È un’impresa che non si limita a recuperare testi introvabili. Ricompone un’opera-mondo che obbliga a ripensare la genealogia dell’avanguardia italiana, la sua ambiguità, le sue contraddizioni.

Un progetto che interroga la nostra memoria culturale

Soffici è stato un ponte stretto ma nevralgico tra Firenze e Parigi, tra la provincia e l’Europa, tra la tradizione toscana e le avanguardie. Ma anche un autore che ha incarnato, nel bene e nel male, la tensione tra modernità e identità nazionale. Ripubblicarlo integralmente significa affrontare un nodo irrisolto. Perché la cultura italiana, così pronta a celebrare i suoi miti, ha lasciato che la sua autobiografia, l’Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo, scomparisse dalle librerie per quasi sessant’anni?

L’autobiografia come anatomia di un’Italia irrisolta

I primi due volumi, L’uva e la croce e Passi tra le rovine, mostrano quanto l’autobiografia sofficiana sia più di un racconto personale. È un documento storico che illumina la Firenze fin de siècle, il laboratorio parigino del primo Novecento, il fervore delle riviste che tra il 1903 e il 1913 prepararono l’esplosione fragorosa dell’avanguardia.

Ma è anche un testo che mette a nudo la fragilità di un’Italia ancora contadina, povera e sospesa tra aspirazione europea e provincialismo. La morte del padre, le difficoltà economiche, il trasferimento a Firenze. Tutto diventa materia di una formazione che è insieme individuale e collettiva.

La lingua della terra e le contraddizioni dell’avanguardia

Il tumultuoso Ardengo costruisce la propria voce a partire dalla terra. La sua lingua nasce dal lessico contadino, dalla concretezza delle cose. Eppure, questa radice non gli impedisce di essere uno dei critici più acuti del Cubismo e uno dei protagonisti del Futurismo. È qui che si manifesta la sua contraddizione più fertile: un avanguardista che diffida dell’astrazione, un modernista che rivendica la natura come fondamento.

In Scoperte e massacri scrive: “Ogni rinascita procede da un ritorno alla natura e alla realtà”. È una frase che oggi suona come un paradosso. L’avanguardia che si fonda sul ritorno, la modernità che cerca la sua legittimità nella tradizione.

Un autore scomodo, finalmente restituito

Con Il salto vitale e Fine di un mondo, in uscita entro l’autunno, si completerà la quadrilogia autobiografica. Sarà allora possibile misurare l’intero arco di un autore che ha attraversato la Grande Guerra, le avanguardie, le tensioni politiche del primo Novecento, lasciando un’opera che non si presta alle semplificazioni.

L’Edizione Nazionale offre una sfida. Rileggere Soffici significa interrogare la nostra idea di modernità, la nostra memoria culturale, la nostra capacità di confrontarci con figure che non si lasciano addomesticare, ammansire, piegare, normalizzare. In un tempo che preferisce gli autori innocui, l’Ardengo riemerso torna a ricordarci che la cultura, quando è viva, non rassicura: inquieta.

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