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Sport

Doveri compaiono i campi, ricompare lo Stato

di Laura Tecce -


Un campo che riapre, una palestra che torna agibile, un impianto che finalmente viene illuminato e messo in sicurezza raccontano molto più di quanto sembri: per capire se una politica sportiva funziona non servono soltanto medaglie, grandi eventi o campioni da copertina. Occorre, qualche volta, soffermarsi a osservare una periferia. È anche da qui che passa la politica del governo sullo sport, dalla capacità di riportare gli impianti sportivi in quelle zone delle nostre città dove per anni sono rimasti chiusi, in degrado o semplicemente insufficienti.

Il nuovo bando Sport e Periferie 2026 vale 100 milioni di euro: 30 milioni destinati alla realizzazione di nuovi impianti e 70 alla rigenerazione e al recupero di quelli esistenti. Una scelta che racconta qualcosa di molto chiaro: prima ancora di costruire daccapo conviene rimettere in funzione quello che già c’è. E non è una differenza da poco, perché quando un impianto sportivo pubblico torna ad essere fruibile dalla comunità, cambia anche il modo in cui un quartiere viene vissuto.

La stagione dei bandi, del resto, sta costruendo una politica dell’impiantistica che non si limita al nuovo. Il programma Sport e Periferie interviene sulla sicurezza, sull’accessibilità, sull’efficienza energetica e sulla riqualificazione delle strutture comunali e il fatto che la parte più consistente delle risorse sia destinata proprio agli impianti esistenti è una scelta di buon senso prima ancora che di bilancio. Poi c’è l’altra faccia della questione: poter praticare sport. Qui entrano in campo anche gli strumenti di Sport e Salute e i voucher destinati a sostenere la partecipazione. Avere un impianto vicino casa è importante, ma non è abbastanza: lo è anche potersi permettere di pagare una quota, di acquistare l’attrezzatura necessaria, di iscrivere un figlio a una società sportiva.

La politica sportiva non è più una delega marginale

La cosa interessante è che la politica sportiva sta progressivamente uscendo dalla vecchia dimensione della “delega marginale”. Negli ultimi anni la percezione e il peso politico della delega allo sport sono cambiati radicalmente.

Quella che un tempo veniva considerata una delega “minore” o puramente cerimoniale (legata principalmente alle foto con i campioni olimpici) si è trasformata in una leva strategica, sociale ed economica centrale. Questo cambiamento è stato guidato da una progressiva istituzionalizzazione, da profonde riforme strutturali e dall’ingresso dello sport nella Costituzione.

Lo sport non è più soltanto la squadra nazionale, il campionato di calcio, l’evento internazionale: è diventato anche una questione di infrastrutture, territori, accessibilità e qualità urbana. E forse è proprio nelle periferie che questa trasformazione diventa un parametro misurabile di quanto la sfida, per una politica sportiva seria, sia fare in modo che la parola sport non rimanga confinata ai giorni delle grandi vittorie.

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