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Esteri

Trump parla di “telefonate”, gli Houthi lo smentiscono: il Golfo scivola nel caos

Ansarallah consolida la sua posizione strategica e Teheran rafforza la leva negoziale sulle rotte energetiche

di Ernesto Ferrante -


Donald Trump, in conferenza stampa a Dublino, ha offerto una delle sue consuete versioni sensazionalistiche della crisi yemenita. Secondo il presidente americano, gli Houthi filo-iraniani, che hanno preso il controllo di un punto di passaggio strategico tra Mar Rosso e Golfo di Aden, avrebbero “chiesto agli Stati Uniti di non intervenire”. “Gli Houthi ci hanno chiamato”, ha dichiarato il tycoon, assicurando che “non vogliono che ce la prendiamo con loro” e che “non aspettano di combatterci”. Il tutto condito da un riferimento rassicurante al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito “un buon amico”, e dalla promessa che “andrà tutto bene”.

Una narrazione che stride con i fatti e che gli stessi Houthi hanno liquidato con brutalità. “Come al solito, con le sue menzogne da clown, il criminale Trump se ne esce con affermazioni prive di fondamento”, ha replicato Hizam al-Assad, esponente di Ansarallah, citato da Al Jazeera. Nessuna telefonata, nessuna richiesta di evitare lo scontro. “La mano che non puoi spezzare, baciala e prega che si spezzi”, ha aggiunto al-Assad, evocando un proverbio che sintetizza perfettamente la percezione del movimento. Washington non è più in grado di imporre la propria volontà nella regione.

Gli Houthi avanzano, l’Iran capitalizza

La posizione strategica conquistata dagli Houthi sta ampliando il margine di manovra dell’Iran, come evidenzia anche il New York Times. Teheran, grazie ai suoi proxy, controlla oggi due snodi vitali del traffico petrolifero: lo Stretto di Hormuz, da mesi epicentro dello scontro con gli Stati Uniti, e ora Bab el-Mandeb, minacciato dai miliziani sciiti yemeniti. La pressione combinata su queste rotte sta riducendo le vie di esportazione del petrolio mediorientale, facendo impennare i prezzi dell’energia e alimentando un clima di incertezza che favorisce la Repubblica islamica.

La tensione è confermata dagli incidenti, l’ultimo dei quali è stato reso noto proprio questa mattina. Una petroliera è stata colpita da un proiettile di origine ignota mentre transitava nello Stretto di Hormuz, secondo l’UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations). Un episodio che si inserisce in una catena di attacchi, sabotaggi e minacce che sta destabilizzando l’intero sistema di sicurezza marittima.

Gli Stati Uniti non proteggono più l’Arabia Saudita

Il dato politico più rilevante è la crescente vulnerabilità dell’Arabia Saudita. Secondo fonti Houthi, Riad avrebbe chiesto due volte l’intervento americano senza ottenere risposta. Trump nega tensioni, ma la realtà è che l’Arabia si muove da sola. Nelle ultime 48 ore avrebbe condotto 129 attacchi aerei contro postazioni Houthi in Yemen, utilizzando F‑15 e Typhoon decollati dalle basi di Khamis Mushait e Taif.

La risposta di Ansarallah è stata immediata. Il portavoce Yahya Saree ha rivendicato un’operazione “qualitativa” contro la base saudita di Sharurah, condotta con “un gran numero di missili balistici e droni”. “La continuazione dell’aggressione sarà affrontata con operazioni più intense e più grandi in profondità nei territori sauditi”, ha avvertito.

Il quadro è chiaro. Gli Usa non riescono più a garantire la sicurezza dei propri alleati nel Golfo. La deterrenza americana, un tempo pilastro della stabilità regionale, appare oggi inefficace di fronte a attori asimmetrici che sfruttano ogni varco politico e militare.

Rotte energetiche sotto pressione: l’Iran guadagna potere

Il NYT osserva che “le rotte per esportare il petrolio dal Medio Oriente si stanno riducendo” e che i Paesi vicini alla Repubblica islamica iraniana potrebbero presto riconoscere, almeno informalmente, l’autorità di Teheran sullo Stretto di Hormuz. L’Iran, pur sotto enorme pressione economica e colpito da sanzioni e blocchi navali, sta riuscendo a modificare lo status quo senza scivolare in una guerra totale.

L’Arabia Saudita è sempre più dipendente dal Mar Rosso, mentre Hormuz resta di fatto chiuso. A complicare ulteriormente la situazione, un oleodotto saudita è stato temporaneamente fermato dopo un attacco con droni proveniente dal territorio iracheno. Trump ha dichiarato che l’Iran è “probabilmente” responsabile, alimentando un clima di sospetto che gioca ancora una volta a favore di Teheran.

Un equilibrio regionale che si sgretola

La crisi tra Yemen, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti mostra una regione in cui gli equilibri tradizionali si stanno dissolvendo. Gli Houthi non sono più un attore periferico, perché controllano snodi strategici, colpiscono infrastrutture saudite e influenzano il mercato energetico globale. L’Iran sfrutta la situazione con abilità, mentre Washington appare intrappolata nella propria retorica. Il capo della Casa Bianca continua a ripetere che “andrà tutto bene”. Ma la realtà, oggi, racconta tutt’altro.

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