L'Ue si incarta sull'economia di guerra e le famiglie italiane si difendono (anche) coi Btp
La cicala e le formiche. Ovvero: come vivere in tempi di guerra e (provare) quantomeno a resistere. L’Europa, cicala del mondo, s’è svegliata dal sogno. Usa e Cina, su difesa, industria ed energia, hanno preteso il conto dopo anni di “pace attraverso il commercio”. La guerra con la Russia ha comportato la fine delle forniture di gas a basso costo e lo sappiamo. Quella con l’Iran sta mettendo a durissima prova le supply chain. “L’Italia”, ha detto il ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti a Cernobbio durante il fine settimana scorso, “paga la guerra due volte”. E ha ricordato alla platea di imprenditori e manager in quale scenario ci stiamo muovendo.
“Ci approvvigionavamo del gas russo, non lo possiamo più fare: ci siamo affidati ad altri fornitori e altri fornitori hanno difficoltà a fornircelo e a prezzi aumentati”. Ma non è mica finita qui: c’è il caro carburanti. “Metà della capacità di raffinazione russa è stata distrutta dagli ucraini e il prezzo del gasolio non dipende tanto dal Brent, ma dal fatto che nessuno raffina più il gasolio”, ha ripetuto il capo del Mef. Bruxelles ci ha infilato in un cul-de-sac e solo ieri i mercati hanno fibrillato, e non poco, quando le quotazioni del petrolio sono schizzate prima a cento dollari al barile e poi son volate addirittura oltre la soglia. C’è solo da temere cosa accadrà, ancora, alla pompa. Ieri i prezzi comunicati dal Mimit non erano per niente friendly: 2,067 euro al litro per la benzina e ben 2,177 per il gasolio.
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Il grande freddo
Il grande freddo è arrivato e la cicala Ue, che strimpellava armonie green ma sognava Patti di Stabilità e Crescita, ora non canta più ma immagina di autorizzare i sindaci “rossi” a requisire le case utilizzate per gli affitti brevi: per le formiche, per le famiglie, son tempi duri. Ma, a onta di ogni intollerabile luogo comune che, da anni, ci ripetiamo per farci del male, gli italiani continuano a essere un popolo di gran risparmiatori. Solo che, appunto, viviamo un’epoca in cui c’è poca fiducia in tutto. Basti vedere a quanto è arrivato l’oro (4.400 dollari l’oncia o poco più) per rendersene conto. Metterli in banca, i soldi? Ma i conti corrente non sono per nulla remunerati e le polizze vita restano un po’ indietro. Tenerli sotto la mattonella, con l’inflazione che galoppa, sarebbe da pazzi. Non c’è rimasto altro, oltre che alla casa, il Btp. La vecchia ricetta funziona ancora. E sarà questo, vedrete, uno dei temi della prossima campagna elettorale. Almeno in ambito economico.
I numeri di Unimpresa
I conti del Centro Studi Unimpresa lo dicono chiaro: rispetto al 2022, quando la guerra è iniziata in Ucraina (ma uscivamo dal Covid), la ricchezza delle famiglie è cresciuta addirittura a doppia cifra: si parla di 1.347 miliardi, per un tesoro complessivo da 11.294,7 miliardi di euro, il trend è del 13,5%. Risparmio, ricordiamolo, non è potere di acquisto. Restano, per carità, fortissimi obbligazioni e fondi esteri ma l’avanzata degli investimenti in Btp sembra imponente. Le famiglie italiane ci hanno scommesso poco meno di 300 miliardi di euro in più. Ha pagato, va sottolineato, la strategia di proporre ai risparmiatori un titolo ancorato agli indici di inflazione, che non va computato nei conti Isee, con una tassazione stabile e bassa al 12,5 per cento.
Lo Stato vince sempre, per una volta anche le famiglie
Un’operazione win-win, per lo Stato, che ha potuto incassare un vero e proprio fiume di denaro. Un successo, dunque, che vale doppio perché ci guadagnano tutti: le famiglie, che si ritrovano coi capitali blindati, e lo Stato che raggranella liquidità. Un’operazione che, in definitiva, sembra far impallidire anche il più entusiasta fautore del Pnrr. Intendiamoci, il piano ha fornito all’Italia risorse importanti. Il problema, però, sarà che quei soldini, lungi dall’essere il “regalo” di cui s’è favoleggiato fin troppo a fini elettoralistici, andranno restituiti a Bruxelles. E l’abbiamo capito che la cicala Ue sa benissimo, fin troppo, far di conto quando le interessa, così come ha imparato che le formiche italiane si affidano alla tradizione. E perciò stanga la casa, ma questa è un’altra storia. Ma fino a un certo punto. Perché oltre ai titoli di Stato, c’è pur sempre il mattone a rappresentare una forma di investimento che rimane affidabile. Il patrimonio immobiliare degli italiani, nel corso dello stesso periodo, ha visto aumentare il suo valore del fino a 521,2 miliardi fino a marzo del 2026. E questo, è chiaro, da un lato dipende dalle rivalutazioni. Ma c’è da riconoscere che, nonostante la stangata sui mutui (e oggi la Bce ne infliggerà un’altra portando i tassi al 2,5%), gli italiani credono ancora al valore della casa. L’Ue, invece, crede che i sindaci possano imporre ai proprietari di metterle a disposizione di chi ne faccia richiesta. Alla cicala, in fondo, il concetto di proprietà privata resta sempre estraneo.