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Traffico rifiuti: tonnellate dai cantieri Rfi all’Asia

Il cuore pulsante dell'approvvigionamento illecito risiedeva tuttavia in un bersaglio tanto illustre quanto indifeso: i cantieri strategici di Rete Ferroviaria Italiana

di Angelo Vitale -


I nuovi “colletti bianchi” del traffico rifiuti, il business criminale fondato sulle tonnellate custodite nei cantieri di Rfi. Non più l’immagine classica del camorrista armato che seppellisce veleni nella Terra dei Fuochi a dominare la cronaca nera. Appartiene ormai a un passato quasi arcaico, soppiantata da una forma più sofisticata e globale di criminalità ambientale.

L’operazione del Noe in Campania

A dimostrarlo con precisione, l’ultima imponente operazione condotta dai carabinieri del Noe, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno.

Il blitz, esteso a diverse province italiane – Salerno, Napoli, Bari, Potenza, L’Aquila, Latina e Frosinone -, ha portato all’esecuzione di un sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di 3,5 milioni di euro a carico di 11 imprenditori, indagati per associazione per delinquere e traffico illecito di rifiuti.

Il prezioso ferro dei cantieri di Rfi

Il vero nucleo dell’inchiesta rivela come il business criminale abbia compiuto un salto di qualità senza precedenti, trasformando gli scarti e il ferro in una vera materia prima destinata ad alimentare mercati esteri insaziabili.

Non più di la semplice necessità di occultare scarti per risparmiare sui costi di smaltimento: una filiera d’esportazione gestita da un’imprenditoria “grigia” capace di muovere ingenti flussi finanziari e complessi snodi logistici.

Il cuore pulsante dell’approvvigionamento illecito, in un bersaglio tanto illustre quanto indifeso: i cantieri strategici di Rete Ferroviaria Italiana.

Il saccheggio di una infrastruttura strategica nazionale

L’organizzazione criminale ha letteralmente saccheggiato una delle principali infrastrutture pubbliche, asportando tonnellate di binari dismessi e materiali ferrosi destinati alla rete di Stato.

E proprio qui che il quadro delineato dagli inquirenti fa insorgere interrogativi inevitabili. Al di là dell’indubbia capacità penetrativa della rete criminale, lascia attoniti — e almeno meraviglia — come una simile e prolungata vulnerabilità logistica e di custodia possa aver caratterizzato cantieri strategici di rilevanza nazionale.

Risulta sconcertante osservare come tonnellate di binari potessero essere prelevate e trasportate via nell’indifferenza generale, senza che nessuno dei sistemi di vigilanza o delle procedure di controllo di Rfi scattasse. Una volta sottratto allo Stato, il metallo rubato veniva inserito in una collaudata macchina per la lavanderia documentale.

Il traffico verso Turchia e Thailandia

Il perno di questa rete, la società Ricicla Campania, attraverso la quale il materiale ferroso illegale veniva sistematicamente “ripulito”. Mediante una gigantesca falsificazione di formulari, documenti fiscali e certificati di analisi falsi, il metallo rubato veniva declassato e camuffato sotto la dicitura formale di “rifiuto recuperato” o materia prima lecita.

Sfruttando le maglie larghe della normativa sulla transizione ecologica e sull’economia circolare, i trafficanti trasformavano la refurtiva in un prodotto riciclato ecologicamente immacolato. Una volta regolarizzati solo sulla carta, container colmi di tonnellate di metalli pesanti convogliati verso gli scali portuali del Paese. E spediti via nave alla volta di Turchia e della Thailandia, nazioni in cui la richiesta di rottami da fonderia a basso costo è elevatissima.

Gli interrogativi che rimangono aperti

A tirare le fila del traffico non le figure tradizionali della malavita, ma 11 colletti bianchi e professionisti del settore ambientale in grado di governare sia i meccanismi burocratici dei porti sia le transazioni estere. L’inchiesta della Dda scoperchia così una mutazione profonda. L’ecomafia – di questo si tratta, anche se i clan hanno passato la mano – non spara più, ma fattura, falsifica certificati ufficiali e sfrutta le falle dell’infrastruttura pubblica.

L’azione giudiziaria ha interrotto le rotte di tonnellate di ferro rubato verso l’Asia,. Ma resta spalancata la questione istituzionale. Come sia stato possibile trasformare un sostanzioso pezzo della rete ferroviaria nazionale nel bancomat di una banda di colletti bianchi?

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