L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Che fatica riposarsi

di Adolfo Spezzaferro -


Oggi abbiamo finalmente capito che bisogna prendersi assolutamente cura di sé per poter stare davvero bene e sentirsi realizzati, oltre che sereni e felici. Peccato che, da quando l’abbiamo capito, non abbiamo più un minuto per farlo. Perché la cura (psicofisica, sia chiaro) della persona è diventata il più usurante dei lavori contemporanei. Full time, senza tredicesima e con il senso di colpa come benefit aziendale. Bisogna mangiare bene, dormire bene, respirare bene, muoversi abbastanza ma non troppo, bere acqua, fare stretching, meditare, disconnettersi, riconnettersi, ascoltare il proprio corpo e, soprattutto, capire che cosa ci sta dicendo.

Il corpo, ormai, è diventato un collega molesto che pretende riunioni quotidiane e continui briefing online. Al mattino controlliamo quante ore abbiamo dormito. Non importa come ci sentiamo: importa il dato. Se l’orologio dice che abbiamo riposato male, ci sentiamo stanchi anche se ci siamo svegliati benissimo. Abbiamo delegato persino il sonno a un algoritmo. Poi viene la colazione consapevole, la camminata, il podcast sulla resilienza (servirebbe la resilienza per sopportare l’abuso di questo termine) e magari dieci minuti di mindfulness (che sarebbe la consapevolezza). Dieci minuti durante i quali dobbiamo non pensare a niente, possibilmente pensando intensamente al fatto che non dovremmo pensare a niente.

Il tempo libero, del resto, non è più libero. È tempo ottimizzato. Anche il divano deve avere uno scopo: recupero psicofisico. La passeggiata deve essere un investimento cardiovascolare. La cena con gli amici diventa socialità di qualità. Abbiamo trasformato il benessere in una prestazione. E, come tutte le prestazioni, genera ansia da prestazione. Non basta più essere felici: bisogna lavorare sulla propria felicità. Non basta riposarsi: bisogna imparare a riposarsi. Non basta avere una giornata vuota: bisogna riempirla di attività che ci insegnino ad apprezzare il concetto zen di vuoto. A questo punto, l’unica cosa davvero trasgressiva sarebbe non fare nulla.

Niente yoga, niente detox, niente respirazione diaframmatica. Una mattina passata a letto senza monitorare la qualità del sonno. Un pomeriggio sul divano senza chiamarlo “tempo per sé”. Una cena mangiata senza chiedersi se contiene abbastanza proteine (o troppi grassi). Servirebbero ferie dalle ferie. Giorni di riposo per riprendersi dalle nostre pratiche di riposo. E forse il vero lusso contemporaneo non è una Spa, né un resort, né un weekend olistico. È poter dire: oggi non mi curo. Oggi mi lascio in pace. Che, a pensarci bene, potrebbe essere la forma più avanzata di benessere che ci è rimasta.


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