L’Europa guarda lo spazio, ma resta ferma al suolo
Chi resta indietro, sarà dipendente. E l'Ue, oggi, è dipendente
L’Europa osserva la nuova corsa allo spazio come un continente che sa di essere parte della storia, ma non della competizione. All’International Space Summit di Parigi, il direttore generale dell’Esa, Josef Aschbacher, ha ammesso che il mondo accelera, l’Europa no. E il divario, ormai evidente, rischia di diventare irreversibile.
Un gap pesante
La fotografia è impietosa. Stati Uniti e Cina stanno costruendo capacità spaziali che ridefiniranno equilibri economici, tecnologici e strategici per i prossimi decenni. Washington punta a 1.000 lanci e rientri l’anno entro il 2030, un ritmo industriale che nessun Paese europeo può anche solo immaginare. Parallelamente, gli Usa consolidano un ecosistema commerciale che va dai lanciatori riutilizzabili alle infrastrutture lunari, preparando operazioni prolungate sulla superficie del nostro satellite.
La Cina, dal canto suo, avanza con lanciatori riutilizzabili, programmi lunari e un allunaggio previsto entro il 2030. E attorno ai due giganti si muove un gruppo di potenze emergenti, India, Giappone, Corea del Sud, Australia e Emirati Arabi Uniti, che investono, sperimentano e rischiano. L’Europa, invece, discute.
I tempi e gli investimenti
Aschbacher lo ha detto senza diplomazia. Non è una corsa alla Luna, è una sfida a costruire infrastrutture, supply chain, tecnologie, talenti e mercati che determineranno prosperità e sicurezza sulla Terra. Chi guida oggi, guiderà domani. Chi resta indietro, sarà dipendente. E l’Ue, oggi, è dipendente.
Il direttore dell’Esa ha chiesto un investimento di 1 miliardo di euro l’anno per dieci anni, una cifra che appare modesta se confrontata con le ambizioni globali, ma che per Bruxelles sembra un “Everest politico”. Senza questo impegno, ha avvertito, gli astronauti europei saranno “passeggeri sulle navi degli altri”, pagando per acquistare voli da fornitori stranieri e rinunciando a qualsiasi autonomia strategica.
All’Ue manca un disegno strategico
Il problema è economico, culturale, industriale e politico. L’Europa non ha un razzo riutilizzabile, non ha mezzi propri per portare astronauti nello spazio, non ha una filiera integrata capace di competere con quella americana o cinese. Ariane 6 e Vega-C sono passi avanti, ma insufficienti. Il continente continua a frammentarsi in programmi nazionali, duplicando costi e indebolendo la capacità di agire come blocco. Lo ha ricordato anche Reuters. Senza interoperabilità, i progetti europei rischiano di diventare “silos” incapaci di dialogare tra loro.
Eppure, la posta in gioco è enorme. Lo spazio è già un dominio strategico. Chi controlla l’orbita bassa, la Luna e in prospettiva Marte, avrà potere anche sui segmenti decisivi dell’economia globale. L’Unione europea lo sa, ma non agisce con la rapidità necessaria.
Occorre fare delle scelte
Al summit di Parigi, Aschbacher ha chiuso con una domanda che suona come un giudizio. L’Europa vuole essere passeggera o pilota? Desidera essere cliente o fornitore? Inquilina o architetta del proprio futuro? La risposta, per ora, non c’è. E il rischio è che quando arriverà, la corsa sarà già finita.
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