Caso Malagò, l’ombra del commissario
Il cavillo formale sulla tessera diventa la leva per fissare i confini tra la vigilanza di Palazzo H ed un presidente federale assai forte
Giovanni Malagò, presidente Figc
Caso Malagò, un cavillo di tre righe sul tesseramento federale rischia di trasformarsi nel più clamoroso cortocircuito dei palazzi dello sport italiano. Da settimane, tra le stanze del Coni e i corridoi della Figc, non si parlava d’altro: l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio, avvenuta il 22 giugno con un netto 68,58% dei voti, finita sotto il tiro della giustizia sportiva.
L’accusa mossa dal Procuratore Generale dello Sport del Coni
Per Ugo Taucer Malagò si è candidato senza essere tesserato alla Figc, violando i principi fondamentali del Comitato Olimpico. Eppure, dietro il polverone delle carte bollate e le minacce evocate dai media su un commissariamento imminente, la realtà appare più articolata.
Per capire cosa stia davvero succedendo occorre mettere da parte la retorica, stendere le carte sul tavolo e analizzare le possibili verità di uno scontro in cui la giurisprudenza incrocia la pura politica sportiva. La prima verità è che la norma contesa è un capolavoro di ambiguità.
Il Procuratore Federale della Figc, Giuseppe Chinè, ha difeso la regolarità del voto sostenendo che l’appartenenza al settore sia garantita dall’accredito ufficiale fornito dalle componenti elettive come la Serie A o l’Associazione Calciatori.
Di parere opposto Taucer, secondo cui la dicitura «in regola con il tesseramento» presuppone il possesso di una tessera valida al momento della candidatura. La seconda verità, che regala alla vicenda contorni paradossali, risiede nelle incongruenze procedurali che nessuno sbandiera.
Il paradosso
Lo Statuto della Figc contenente l’articolo 29 sotto accusa fu approvato dalla Giunta del Coni il 20 novembre 2024. A presiedere quella Giunta e a firmare quel via libera era proprio Giovanni Malagò, allora numero uno dello sport italiano. In pratica, la norma oggi invocata dalla Procura del Coni per mettere in discussione la sua elezione fu varata sotto la sua stessa gestione olimpica.
Non è l’unica stravaganza di questo nutrito fascicolo. A sostegno della regolarità, la Procura federale ha citato la decisione del Tribunale Federale sul caso Tavecchio del 2021. Tuttavia, una lettura del provvedimento rivela che Tavecchio aveva dimostrato in udienza di essere già tesserato: la frase dei giudici era un semplice inciso marginale senza valore vincolante. Sul fronte opposto, lo stesso Procuratore Generale Taucer negli anni scorsi aveva archiviato casi analoghi sul mancato tesseramento preventivo riguardanti un consigliere regionale e l’ex presidente Gabriele Gravina.
La terza verità riguarda il finale della storia
La bomba evocata circa il commissariamento rischia di rivelarsi un’arma spuntata. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha annunciato pareri di giuristi esterni per verificare eventuali irregolarità. Ma la strada verso un commissariamento è irta di ostacoli. L’ammissione della candidatura fu firmata nel maggio 2026 dal segretario generale Marco Brunelli durante la gestione transitoria post-Gravina. I termini per impugnare l’elezione sono scaduti a maggio.
L’unico soggetto che potrebbe trascinare il caso davanti alla Corte Federale d’Appello è il procuratore Chinè, che ritiene l’atto del tutto legittimo. Inoltre, un eventuale commissariamento deciso a tavolino dalla Giunta del Coni finirebbe al vaglio del Tar del Lazio, con il rischio concreto per l’ente pubblico di subire una pesante bocciatura giudiziaria.
Cosa fa esplodere, allora, il caso Malagò? Non una tessera mancante, ma l’impatto tra due centri di potere. Da un lato c’è il nuovo corso del Coni guidato da Buonfiglio, fermo nel riaffermare il proprio ruolo di vigilanza. Dall’altro c’è l’autonomia della Figc guidata da un leader che, dopo dodici anni al vertice del Comitato Olimpico, ha spostato la propria influenza sul calcio. Un cortocircuito dove il cavillo formale è solo la superficie di una più ampia e assai complessa partita politica. La vera giocata affonda le radici nel riassetto dello sport italiano dopo il lungo mandato di Malagò al Coni dal 2013 al 2025.
Con la sua elezione in Figc nel giugno 2026, blindata da Serie A, Serie B, calciatori e allenatori, Malagò ha trasferito a Via Allegri un peso enorme, subito rimarcato da scelte d’impatto come le nomine di Roberto Mancini e Claudio Ranieri al Club Italia. Un’autonomia operativa che rischia di oscurare il nuovo corso del Comitato Olimpico dove Luciano Buonfiglio, insediatosi nel giugno 2025, ha il compito di riaffermare il ruolo dell’ente pubblico di vigilanza sulle federazioni. Il cavillo formale sulla tessera diventa la leva per fissare i confini tra la vigilanza di Palazzo H ed un presidente federale assai forte sia del blocco di voti che del seggio individuale nel Cio.
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