Il caso Malagò e il valore di un’elezione
Giovanni Malagò è stato eletto presidente della Federcalcio con quasi il 70% dei voti. Non è un dettaglio, così come non dovrebbe esserlo il fatto che quella scelta sia arrivata da un’assemblea chiamata a decidere, attraverso un voto, chi dovesse guidare il calcio italiano. Oggi, a oltre tre mesi da quell’elezione, la sua presidenza resta “invischiata” in una vicenda legata al mancato tesseramento Figc al momento della candidatura. Qui non si tratta di chiedere sconti per Malagò. Le regole vanno rispettate e la giustizia sportiva deve fare il suo lavoro, ma proprio per questo una cosa dovrebbe essere altrettanto chiara: le regole devono essere certe, comprensibili e applicate secondo criteri coerenti.
La vicenda, invece, è tutt’altro che lineare. La Procura federale aveva proposto l’archiviazione dell’indagine, sostenendo che il tesseramento non fosse requisito necessario al momento della candidatura e richiamando anche precedenti relativi ad altri presidenti federali, la Procura generale dello Sport ha poi chiesto ulteriori chiarimenti e il 14 settembre ha archiviato il procedimento personale su Malagò, chiedendo però al Coni di verificare eventuali inosservanze della Figc nell’iter elettorale. Nel frattempo, la Corte federale d’appello aveva già respinto il reclamo presentato da Renato Miele – candidato alla presidenza Figc ma escluso dalla competizione per mancanza dell’accredito previsto dallo Statuto – contro la sua elezione.
Un voto al 70% non può diventare un dettaglio
Il quadro, dunque, non autorizza scorciatoie: ci sono verifiche ancora in corso. Ma nemmeno autorizza a cancellare il dato politico da cui tutto è partito. Malagò è stato eletto. E fino a quando un’elezione non viene dichiarata invalida nelle sedi competenti, quel voto deve avere un peso. È questo il punto che dovrebbe interessare lo sport italiano più della contrapposizione tra tifoserie: una federazione appena uscita da un’elezione non può permettersi di vivere in una condizione di permanente precarietà. Non per tutelare una persona, ma per tutelare l’istituzione.
C’è poi una questione ancora più delicata. Se un requisito è così importante da mettere in discussione l’eleggibilità di un candidato alla presidenza, dovrebbe essere chiarissimo prima che si apra una competizione elettorale. Non può diventare, dopo il voto, il terreno sul quale si riapre una partita che gli elettori hanno già giocato. Malagò non ha bisogno di essere sottratto alle regole. Ha bisogno, come chiunque venga eletto, che le regole siano applicate con certezza e che il voto degli aventi diritto non venga trattato come un elemento secondario.
Il calcio italiano ha bisogno di riforme, di stabilità e di credibilità. E la credibilità passa anche dalla capacità di chiudere le questioni che riguardano la governance con trasparenza, tempi ragionevoli e certezza del diritto. Perché alla fine la questione non è soltanto Malagò: si tratta di capire quanto vale, nello sport italiano, una scelta fatta attraverso un’elezione. E se quel voto vale quasi il 70%, non può diventare un dettaglio.
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