Sempre più italiani si rivolgono all'intelligenza artificiale e al web ma l'Ai non ha tutte le risposte
Tutti in fila dal dottor Google. Ogni giorno, gli utenti effettuano 2,5 miliardi di ricerche solo su ChatGpt. Claude, l’altra intelligenza artificiale tra le più in voga, ha messo un limite di quaranta prompt (ossia domande) al giorno per mantenere il profilo gratuito. E se vi sembrano poche, guardate un po’ i numeri del solo motore di ricerca di Google. A cui ogni giorno vengono rivolte 8,5 miliardi di richieste, per una media di 99mila al secondo. Attenzione, però. Perché sempre di media si parla e, nei momenti di maggiore traffico, c’è stato chi ha stimato fino a 190mila domande al secondo.
Tutti in fila dal dottor Google
L’oracolo dei nostri tempi. Una volta c’era la Pizia, c’erano I Ching. I tarocchi, le profezie di Nostradamus. Ora che noi ci siamo evoluti (ma davvero?) abbiamo sostituito pure le superstizioni. Con l’illusione di avere la sapienza in tasca, con un’idea distorta dell’uno vale uno (che persino Beppe Grillo s’è ritenuto in dovere di rettificare in una delle ultime uscite pubbliche), siamo arrivati a pensare che basti fare una ricerchina sul motore di ricerca, compulsare la chat dell’intelligenza artificiale per avere tutte le risposte che ci servono. Fino a che si tratta di sciocchezze, o di nozionismo per dare l’impressione di saperla lunga e zittire quell’hater sui social, transeat.
Pareri professionali? Si cercano online
Il problema arriva quando riteniamo che Google, o ChatGpt o chi per loro, possano darci diagnosi mediche, pareri legali e professionali di sorta. Insomma, l’illusione che il web abbia davvero democratizzato il mondo è, appunto, un’illusione. Il medico rimane il medico, così come l’avvocato e il commercialista. O l’ingegnere, l’architetto. Non basta un prompt, per quanto preciso, a sostituire anni di studio e decenni di pratica. Ma la superstizione è tale che ci porta ad adorare, senza che nemmeno ce ne accorgiamo, l’oracolo digitale che decide per noi. E a cui, ogni volta che confidiamo di aver mal di testa o di aver ricevuto una raccomandata, stiamo offrendo dati che poi Big Tech trasformerà in pubblicità mirata da vendere al mercato. Insomma, una volta ci spiavano per capire come la pensavamo sulla politica, sui temi seri. Oggi, se tutto va bene, lo fanno per venderci una batteria di pentole.
Un problema serio
È un problema serissimo, al di là delle battute. Cercare dritte, consigli (magari medici), pareri professionali è il modo migliore per ingarbugliare la situazione. Sempre più professionisti si iscrivono ai social proprio per battere questo trend. Per tentare di intercettare i cittadini sul campo dove vengono traviati, travolti da indicazioni superficiali, banalità spacciate per verità assolute, qualunquismo e tanto, troppo, pressappochismo. Non sempre ci riescono. E le sciocchezze che corrono online, purtroppo, diventano sempre più virali. Per la legge dei grandi numeri, più le scemenze vengono ripetute più è probabile che salgano nei risultati di ricerca e che i chatbot di intelligenza artificiale li ripropongano, a pappagallo, ai propri utenti.
Una guerra in cui tutti perdono, tranne Big Tech
È una guerra dove non ci sono vincitori. Anzi, sì. Le Big Tech. A cui basta solo aggiungere qualche alert per ritenere di avere la coscienza a posto.
È un problema culturale. Siamo cresciuti credendo che i computer non potessero sbagliare mai. C’è stata un’autentica religione, con tutti i suoi riti e i suoi dogmi, le sue categorizzazioni e divisioni del mondo in cosa è bene e cosa è peccato e male. Diventa, in un certo senso, quasi naturale credere che basti chiedere a Google (oppure a ChatGpt) per ottenere una diagnosi affidabile. Un recente studio di Sociometrica e FieldCare per Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido, la cui pubblicazione è risalente al mese di febbraio di quest’anno, rivela che più del 90% degli italiani si rivolge al dottor Google. I dati sono impressionanti. Il 94,2% degli italiani chiede pareri medici online, più di un cittadino su due (53,3%) lo fa regolarmente. Il dottor Google è sempre al primo posto con il 73,5% delle domande. Più basso, per ragioni anagrafiche, il dato di chi invece chiede a ChatGpt e all’intelligenza artificiale: si tratta del 42,8%. Si tratta di numeri mostruosi. Così come sono mostruosi i rischi dell’autodiagnosi. Ciò che succede sul piano medico, accade naturalmente anche in tantissimi ambiti professionali. Può capitare a tutti di litigare sui social. Dovevano essere piattaforme “sociali”, son diventati luoghi dove la gente si minaccia, si insulta e si promette reciprocamente querele. Ma il diritto non è mica un’equazione matematica. Non è che si legge un articolo di legge e finisce lì. La giurisprudenza è tutt’altra cosa. E, difatti, ogni anno in tanti (troppi) ci lasciano soldi e tempo perso. Lo stesso vale per i commercialisti.
Nulla è gratis
Le consulenze professionali non si possono sostituire con una richiesta al motore di ricerca o all’Ai. È un problema per tutti. E va ricordata l’altra, grandissima, illusione del web. Niente è gratis. E no, non è per niente vero che internet abbia democratizzato la conoscenza. È tutta una grande bolla. Prendete Wikipedia. Utile per avere un’infarinatura ma arci-zeppa di sfondoni. Che, però, possono riconoscere solo i (veri) esperti. Credere di risparmiare tempo e denaro e di ottenere insieme un responso che metta insieme l’onniscienza (che non esiste) delle macchine (che non ragionano) è atto di pura superstizione.