Il Pd diviso tra la fiducia a Elly Schlein e il rischio di una resa dei conti
La proroga del mandato di Elly Schlein rischia di essere soltanto il primo atto di una resa dei conti destinata ad accompagnare il Pd fino alle politiche del 2027. L’assemblea nazionale del Pd domenica prossima dovrà sciogliere il nodo della permanenza della segretaria alla guida del partito oltre la scadenza naturale, prevista nel marzo del prossimo anno. Ma dietro la questione statutaria si sta consumando uno scontro ben più profondo sulla linea politica, sulle alleanze e sugli equilibri della coalizione che sfiderà il centrodestra. Schlein vuole arrivare alle elezioni mantenendo saldamente il controllo del partito. Un disegno che incontra resistenze sempre meno nascoste dell’area riformista. La minoranza dem è in fibrillazione e non intende concedere alla segretaria una delega in bianco sulla costruzione dell’alternativa.
La battaglia, insomma, si sposta sul progetto politico con cui il Pd si presenterà al Paese. Il primo fronte è quello delle alleanze. I riformisti considerano insufficiente un campo progressista e vorrebbero allargare il perimetro alle forze moderate, liberali e centriste. Temono che l’asse con Giuseppe Conte e Avs finisca per spostare definitivamente il baricentro del Pd a sinistra, restringendone lo spazio elettorale. Schlein non vuole però mettere in discussione l’architettura costruita finora.
Primarie, il caso Gori e l’ipotesi del federatore
Poi c’è la partita delle primarie. I riformisti le vogliono aperte, competitive e soprattutto a doppio turno, rivendicando anche il diritto di schierare un proprio candidato. Una posizione ribadita anche durante la direzione della scorsa settimana. Tra i nomi circolati nell’area c’è quello di Giorgio Gori. Una richiesta che introduce un elemento di forte tensione con la maggioranza.
La segretaria, invece, vuole essere l’unica a correre per il partito, soprattutto per scongiurare ogni eventualità di competizione interna alla corsa verso Palazzo Chigi. E potrebbe provare a piantare un paletto in tal senso già domenica prossima. Inoltre, sul nodo delle primarie la dialettica interna si salda con quella della coalizione. Tanto che sul tavolo resta anche l’ipotesi di disinnescare lo scontro individuando un federatore. Nel Pd c’è chi guarda al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e persino chi ha evocato Pier Luigi Bersani come figura capace di tenere insieme mondi diversi. Ma la soluzione del terzo nome aprirebbe immediatamente un altro problema: Giuseppe Conte.
Il leader del Movimento 5 Stelle difficilmente potrebbe accettare un’alleanza guidata da un candidato scelto senza una competizione. Perché una cosa sarebbe uscire sconfitto dalle primarie ma restare nell’alleanza che le ha promosse, mentre rinunciarvi per sostenere direttamente un altro candidato premier significherebbe dire alla galassia pentastellata che finora si è scherzato. Senza contare che per Conte la consultazione rappresenta anche lo strumento per misurare i rapporti di forza nel campo progressista. E per farlo ha bisogno almeno di giocarsi la partita della leadership. Ovviamente, insieme a quella del programma, altro terreno disseminato di mine. L’Ucraina resta il dossier più delicato: le posizioni del Movimento 5 Stelle sull’invio di armi restano lontane da quelle del Pd, nonostante la mediazione tentata da Bettini. E sono ancora più distanti da quelle della componente riformista dem.
La partita politica che Elly Schlein si giocherà all’assemblea del Pd è quindi molto larga. Riguarderà la fisionomia del partito, le alleanze, il programma e le regole attraverso le quali costruire la sfida al centrodestra.
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