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Il mio cane mi ascolta

Le ultime scoperte della scienza: cosa hanno scoperto i ricercatori

di Giovanni Vasso -


Parliamo dei nostri amici animali, anzi parliamo col nostro cane. Ci è sempre parso che i nostri fidi compagni ci ascoltassero e capissero. L’abbiamo chiamata empatia. Oppure istinto di protezione. Ma la verità (scientifica) sarebbe ancora un’altra. E potrebbe essere ancora più affascinante. I nostri amici a quattro zampe ci ascoltano davvero, e ci capiscono. Ma, forse, non sarebbero nemmeno troppo interessati a quello che facciamo. Nel senso letterale del termine.

Il cane e l’empatia

Andiamo con ordine. Nelle scorse settimane, Scientific Reports, rivista scientifica internazionale pubblicata da Nature Portfolio, ha pubblicato un interessantissimo studio scientifico sul rapporto tra uomo e cane. Hanno messo di fronte ai ricercatori, umani, animali provenienti da ogni tipo di esperienza. Cresciuti in appartamento e “viziati” dai loro padroni nella metropoli brasiliana di San Paolo, cani custoditi in rifugi e canili brasiliani, randagi abituati a lottare ogni giorno per il cibo nelle strade del Bengala occidentale. Complessivamente, 112 animali hanno preso parte allo studio dei ricercatori: 45 tra quelli che vivono accuditi nelle case dei loro proprietari, 35 dai rifugi e 33 randagi. Il risultato è stato, per tutti, più o meno lo stesso. Messi di fronte all’umano che piangeva, tutti hanno mostrato maggiore attenzione alle lacrime dell’amico bipede rispetto a quando lo stesso ricercatore, invece, intonava canzoncine o mormorava. Il tempo di “attenzione” è stato più o meno lo stesso per tutti: una ventina di secondi, suppergiù, per tentare di capire cosa affliggesse l’umano che si trovavano di fronte.

Empatia? Non così in fretta

È facile, a questo punto, tirare le somme: i cani sono animali empatici naturalmente portati a condividere le nostre sofferenze e a tentare di tirarci su. Nostri amici sul serio, che ci capiscono molto di più di quanto noi siamo in grado di fare con loro. Insomma, ciò dovrebbe dimostrare l’empatia istintiva di quello che, con questo studio a maggior ragione, si conferma davvero il miglior amico dell’uomo.

Condizionamenti?

Gli scienziati, però, non vogliono giungere a conclusioni affrettate. Non è una questione di empatia, ma più probabilmente di un condizionamento forse risalente ai secoli addietro o, molto più probabilmente, dovuto alle esperienze che hanno già vissuto e sperimentato nella loro esistenza. Già, perché tra i risultati dello studio c’è la (naturalissima e prevedibilissima) circostanza secondo cui i cani randagi offrivano meno attenzione agli umani in lacrime rispetto agli animali domestici oppure ospitati nei canili. Di certo non se ne può fare loro una colpa. Più che una questione di istinto, evidentemente, è un fatto di consuetudine con gli umani da una parte e di abitudine. I cani che vivono per strada, spesso, sono (per forza di cose) diffidenti rispetto all’uomo. È una lezione che imparano presto, considerando le condizioni dell’ambiente in cui vivono.

La base comune

Ciò, però, piuttosto che allontanarci dai cani, ci avvicina a loro in una maniera ancora più forte. Proprio come noi, i nostri amici a quattro zampe fanno dell’esperienza un modello che ispira il loro comportamento. I traumi, ma pure le belle esperienze, inducono gli animali, proprio come noi, a essere più partecipi alle situazioni che capitano agli altri o più distanti a esse. Di fondo, però, c’è una base comune. Il pianto degli umani “interessa” i cani più di canzoncine e mormorii.

Il linguaggio e le consonanti

Ma c’è di più, molto di più. Sì, perché proprio come noi, i cani si abituano presto alle situazioni. E, proprio come noi, “estrapolano” le consonanti per comprendere le parole che usiamo quando ci rivolgiamo a loro. Ciò ci arriva da un altro studio, pubblicato su Science, e condotto su venti esseri umani e altrettanti cani da compagnia, ha dimostrato incredibili analogie tra il funzionamento del nostro cervello e quello dei nostri amici pelosi.

Ascoltano come noi

L’indagine condotta dai ricercati dell’Eötvös Loránd University di Budapest, guidati da Boglárka Morvai, si è avvalsa dell’uso di elettroencefalogrammi per “mappare” le attività cerebrali di uomini e cani. Ecco, di fronte a una sequela di parole inventate, sia gli uomini (ma questo lo sapevamo già) che i cani (e questo lo abbiamo scoperto adesso) si “concentravano” sulle consonanti che consentono in tante lingue di individuare le parole, riconoscerle e distinguerle tra loro. Anche qui, però, c’è poco da entusiasmarsi. La scienza non ci sta dicendo, perché manca l’evidente prova inconfutabile, che i cani ci capiscono e comprendano il nostro linguaggio.

I flussi e la scoperta

Perché, a quanto pare, se sottoposti a flussi di parole a predominanza di vocali, mostrano minore attitudine a “seguire” mentre gli umani, come è ovvio che sia, hanno sviluppato nel corso del tempo una più raffinata tendenza ad elaborare parole, grammatiche e linguaggi. Tuttavia, anche in questo caso, è emerso che si tratterebbe di una caratteristica propria dei nostri amici pelosi.

Una storia millenaria

Perché la stessa capacità di seguire le consonanti non sarebbe da ricondurre esclusivamente a un condizionamento “domestico” ma si riscontrerebbe anche nei cuccioli e, soprattutto, nei cani di strada. Insomma, i cani sono molto più simili a noi di quanto ci aspettassimo. E la domanda che ci si pone, scientificamente (e culturalmente…) più interessante è: siamo cresciuti insieme, nel corso di una storia lunga millenni, fino a sviluppare attitudini simili? Chissà, a tutti noi però piace pensare, e sperare, che in fondo il nostro cane ci capisca. E ci parli.


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