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Attualità

La nuova “questione sociale” che ci permette di pensare in grande

di Vincenzo Viti -


Solo qualche pensiero “disordinato” sul “disordine costituito” del mondo che abitiamo. 

Ma è poi davvero “costituito”, come nella congettura virgolettata, quel disordine? O non è piuttosto disordine “prostituito”, cioè corrotto dalle alchimie di un nuovo potere.  Ormai sequestrato dalle tecnocrazie che governano il mercato globale e che si raccolgono in un inedito parterre. Un sodalizio ancora non ufficiale, ma effettivo, governata da una ” élite” celeste fatta di selezionati tycoon e di Stati. Tutti titolari di quel fattore appunto “costituente” ch’è il controllo della “tecnologia intelligente” come potere che si proiettata al governo del mondo. 

Le democrazie

Non è una diceria dell’untore, ma una lettura realistica del nuovo ordine verso cui procediamo. E che prevede la inesorabile dissipazione delle democrazie dell’Occidente. Finanche la caduta dell’Occidente, come metafora che qualificava gli umanesimi e le culture storiche, che segnavano il perimetro di libertà e diritti e regolavano i cicli del progresso civile.

Non le sembra, caro lettore, che questo nostro dibattito politico, nel quale peraltro spendiamo energie vitali, appaia non solo fuori tempo, ma surreale? Totalmente ripiegati dentro la competizione fra populismi e sovranismi equamente distribuiti a destra e a sinistra, coabitanti in qualche caso, con “macchiettismi” e volgarità da trivio. Mi chiedo, sembra così lontana da noi, la dimensione globale del nuovo potere olistico di capitale, scienza e tecnologia da segregarci nel confortevole racconto di una Italietta a misura di abitudini e interessi di una politica di periferia? Magari illusa che il tempo non stia cambiando i caratteri di una intera civiltà? Perfino la dimensione europea stenta a rappresentare la unica possibilità per le nostre comunità di entrare come soggetto europeo, quindi globale, nella danza del nuovo Potere? 

Perdonatemi, se sollevo in un dibattito finora vago e deludente. Qualche ansietà sul “tempo che consumiamo” e sull’ ambizione a guardare più lontano del nostro orizzonte da provincia depressa.  Se parliamo non solo alla politica, ma alla società e ai suoi motori culturali produttivi e sociali. 

Ci viene incontro una nuova “questione sociale” (con una società ormai spaccata su due versanti di equità e di reddito, quindi senza ceto medio inghiottito nelle retrovie). Una questione che pretende un nuovo modello di welfare globale e su cui sarà bene cominciare a ragionare “in grande”.

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