Nella vita e a Teatro il dialogo come base dell’essere umano
“Non nasce Teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il Teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… È lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui”, Jacques Copeau.
Il Teatro ha per condizione necessaria l’esistenza dell’altro e “non può non essere di parola” come dice il regista Mauro Avogadro. In ambito scientifico Nancy J Stevens, professoressa di Scienze Biomediche all’Università dell’Ohio, ha rivelato che la scimmia antropomorfa interagiva con altri simili attraverso il linguaggio.
Il linguaggio non nasce in solitudine, per parlare “da soli”, nasce per andare incontro a un’esigenza da comunicare a qualcun altro. Nel Teatro esistono i monologhi ma l’attore si rivolge o a un altro personaggio in scena o al pubblico, ne è un esempio il discorso di Marcantonio nel Giulio Cesare: “amici, romani, concittadini”. I soliloqui, d’altro canto, si differenziano dai monologhi perché il personaggio che li pronuncia è solo sulla scena e perché il destinatario è sé stesso.
È una riflessione interiore. Il Globe Theater però, sede delle rappresentazioni shakespeariane, pullulava di gente, pertanto il soliloquio è sì un dialogo interiore ma è sempre condiviso con il pubblico e quindi a qualcuno, come l’”Essere o non essere” di Amleto. Il vero motore della rappresentazione scenica è il dialogo. Attraverso lo scontro dialogico si sviluppa e progredisce l’azione drammatica. Come dice il regista Lorenzo Salveti “sulla scena si creano sempre due fazioni”. Immaginiamo cosa accadrebbe se, ne Il Giardino dei Ciliegi di Čechov, Ranevskaja fosse ben lieta di abbattere il giardino e acconsentisse all’idea di Lopachin. Non ci sarebbe nemmeno il primo atto.
Lo scontro è fondamentale per avanzare. Le neuroscienze e la psicoanalisi hanno dimostrato che lo scontro verbale cognitivo migliora il pensiero critico, la capacità di regolazione emotiva e l’empatia. Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha evidenziato come “l’altro” sia importante per lo sviluppo del Sé e per la formazione della personalità. In filosofia lo stesso concetto è ripreso da Hegel, con l’Aufhebung, nella sua dialettica composta da tesi, antitesi e sintesi.
Ne Il Giardino dei Ciliegi la tesi sarebbe l’attaccamento nostalgico di Ranevskaja al passato delle tradizioni aristocratiche, proiettate sul giardino come simbolo di questa bellezza appassita. L’antitesi Lopachin, figlio di servi della gleba, ora commerciante, che propone di abbattere il giardino per costruire villette da affittare e ripagare così i debiti della famiglia Ranevskaja. L’Aufhebung è rappresentata dalla vendita del giardino, comprato proprio da Lopachin. Questo sancisce un nuovo inizio non negando ciò che c’è stato prima. Anja, figlia della Ranevskaja, alla fine del III atto incoraggia la madre dicendole che questo sarà il punto di partenza per una nuova vita.
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