Pamela Mastropietro, la lettera di Oseghale alla madre: “Ho fatto tutto io”. Ma i dubbi sui complici restano
Innocent Oseghale, il nigeriano condannato in via definitiva all’ergastolo per aver violentato, ucciso e smembrato Pamela Mastropietro, si è rivolto direttamente ad Alessandra Verni, madre della diciottenne romana, attraverso una lettera scritta a mano e spedita direttamente dal carcere. Nel testo – reso noto dalla donna lo scorso 8 ottobre – l’uomo chiede scusa per il dolore provocato, dice di essersi pentito durante la detenzione e definisce quanto accaduto l’errore più grave della sua vita. Poi torna sul punto che la famiglia della giovane uccisa contesta da sempre: “non ci sono complici”. Avrebbe agito, insomma, senza l’aiuto di nessuno.
Il sospetto di un testo dettato e non dal pentimento
Alessandra Verni, assistita dallo studio legale torinese Rs Group, non crede a quelle righe. In una nota le descrive come costruite a tavolino, a suo giudizio ispirate da altri e in contrasto con quanto affermato di recente in pubblico dagli stessi avvocati del detenuto. Il timore della famiglia è che la missiva serva ad ottenere vantaggi in carcere, e i legali valutano di sottoporla a una perizia calligrafica.
La difesa, con l’avvocato Simone Matraxia, ribadisce invece che la versione del suo assistito non è mai cambiata: avrebbe fatto tutto da solo e la ragazza sarebbe morta a seguito di un malore. Già nell’estate del 2018, interrogato nel carcere di Marino del Tronto, Oseghale aveva ammesso di aver sezionato il corpo, attribuendo però la morte a una overdose. Una ricostruzione respinta dai consulenti dell’accusa, secondo cui la giovane fu colpita con due coltellate al fegato.
Oseghale: il faccia a faccia e la richiesta dei nomi dei complici
Nel marzo 2025 madre e condannato si erano incontrati in carcere per circa quattro ore, nell’ambito della giustizia riparativa. A fine giugno di quest’anno Verni aveva chiesto un secondo colloquio, senza mediatori, sollecitando Oseghale a fare i nomi di chi lo avrebbe aiutato. Lui si era detto disponibile, ma l’incontro, secondo quanto riferito, al momento non sarebbe possibile.
Il delitto di via Spalato
Pamela aveva lasciato il 29 gennaio 2018 la comunità Pars di Corridonia, dove era in cura. Il giorno seguente, a Macerata, salì nella mansarda di via Spalato 124, dove abitava Oseghale, spacciatore con precedenti. Lì fu uccisa. I suoi resti, sezionati, lavati con la candeggina e chiusi in due trolley, furono trovati il 31 gennaio lungo una strada di campagna a Pollenza. La condanna, dopo più passaggi in Cassazione e un appello bis a Perugia sulla violenza sessuale, è diventata definitiva nel gennaio 2025. Successivamente è stato respinto anche il ricorso straordinario della difesa. Pochi giorni dopo il delitto, il 3 febbraio 2018, Luca Traini sparò per le strade di Macerata contro sei migranti africani, ferendoli – è stato poi condannato a dodici anni.
Le impronte
Perché la famiglia non accetta la tesi dell’uomo che avrebbe agito da solo? Nei primi giorni dell’inchiesta i carabinieri del Ris rilevarono nella mansarda impronte digitali diverse da quelle di Oseghale, un dato che lasciò aperta l’ipotesi di altri possibili complici. Finirono in carcere anche due connazionali: Desmond Lucky e Lucky Awelima. Le celle telefoniche li collocavano forse in via Spalato quel giorno, ma solo per pochi minuti, e sul corpo come nell’appartamento non emerse alcuna loro traccia. L’accusa di omicidio cadde e la loro posizione fu archiviata. Le relazioni successive ricondussero le tracce isolate soltanto a Oseghale e a chi lo accompagnò in auto con le valigie.
L’inchiesta bis
Restano dubbi sui tempi e sulla tecnica. Le disarticolazioni, eseguite in poche ore e con notevole precisione, sono apparse a molti difficili da compiere senza aiuto alcuno. Su questo presupposto la Procura generale di Ancona aprì nel 2020 un’inchiesta bis, affidando al Ros la rilettura degli atti. Furono indagati due cittadini gambiani, ritenuti in contatto con Oseghale e forse presenti nella mansarda, ma gli elementi non bastarono e nell’ottobre 2022 il gip archiviò, trasmettendo comunque alla Procura le osservazioni della famiglia. Verni ha raccontato anche di aver trovato in quella casa oggetti della figlia sfuggiti ai rilievi.
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