Strage di Brescia, no all’arresto di Marco Toffaloni
La tragedia si consumò la mattina del 28 maggio 1974. Alle 10:12, un ordigno caricato a gelignite e nascosto in un cestino portarifiuti esplose durante una manifestazione contro il terrorismo
Un'immagine dei momenti successivi alla strage di piazza della Loggia, Brescia, 28 maggio 1974. Tra le persone dietro il cordone di sicurezza si riconosce Marco Toffaloni (tra l'uomo in giacca con un palo in mano e l'uomo con un giubbotto di pelle aperto su una maglia bianca), davanti un uomo si dispera davanti al cadavere di un parente ricoperto da uno striscione
Strage di Brescia in Piazza della Loggia: cinquant’anni di ferite, verdetti e lo stallo svizzero di Toffaloni: no al suo arresto.
No all’arresto di Toffaloni
La Corte d’appello di Brescia ha aggiunto un nuovo capitolo alla complessa vicenda giudiziaria della strage di Piazza della Loggia. E ha respinto la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Procura generale nei confronti di Marco Toffaloni.
Per i giudici bresciani non sussiste un rischio concreto e attuale di fuga per il sessantasettenne, che risiede in Svizzera con cittadinanza elvetica e ha impugnato la propria condanna di primo grado dinanzi alla Corte di Cassazione.
Questa pronuncia riporta in primo piano una delle ferite più profonde della storia repubblicana, a cinquant’anni dal boato neofascista che sconvolse il cuore della città lombarda.
La tragedia si consumò la mattina del 28 maggio 1974. Alle 10:12, un ordigno caricato a gelignite e nascosto in un cestino portarifiuti sotto i portici della piazza esplose durante una manifestazione contro il terrorismo indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.
La deflagrazione travolse una folla inerme, provocando la morte di otto persone. Tra loro insegnanti, operai e un anziano ex partigiano. Feriti, alla fine, oltre cento manifestanti. Un attentato emblematico della strategia della tensione.
Il percorso per l’accertamento della verità si è trasformato in un calvario giudiziario durato oltre quattro decenni. Depistaggi, sparizioni di reperti e interferenze di settori deviati degli apparati di sicurezza.
Soltanto nel giugno 2017 la Corte di Cassazione ha sancito le condanne definitive all’ergastolo per Carlo Maria Maggi, vertice veneto di Ordine Nuovo e mandante della strage. Con lui, uguale pena per Maurizio Tramonte, militante dell’eversione nera e al contempo informatore dei servizi segreti.
Nelle motivazioni d’appello, i magistrati fotografarono con amarezza l’azione sotterranea di poteri occulti che avevano reso impossibile ricostruire tempestivamente l’intera rete di responsabilità.
Gli esecutori materiali
Negli ultimi anni, l’attenzione degli inquirenti si è concentrata sugli esecutori materiali ancora in vita. e ha condotto al filone d’inchiesta sui minorenni e all’incriminazione del veronese Marco Toffaloni, appena sedicenne la mattina della strage.
A incastrarlo, una perizia antropometrica su una fotografia d’epoca, che ha attestato la sua presenza in piazza della Loggia negli istanti immediatamente successivi all’esplosione.
Il 3 aprile 2025, il Tribunale per i minorenni di Brescia lo aveva condannato in primo grado a trent’anni di reclusione.
Tuttavia, il verdetto rischia di rimanere privo di effetti pratici. Trasferitosi nel Canton Grigioni e divenuto cittadino svizzero negli anni Novanta, Toffaloni non potrà essere estradato. E nemmeno incarcerato oltreconfine a causa della prescrizione del reato di strage prevista dall’ordinamento elvetico.
Nonostante gli appelli politici a Berna per la revoca della cittadinanza, il rigetto della misura cautelare da parte della magistratura italiana conferma la rigidità dei vincoli procedurali in attesa del giudizio di legittimità.
A distanza di mezzo secolo, il dramma di Piazza della Loggia continua così a muoversi sul sottile confine tra l’affermazione formale della verità giudiziaria e l’incompiutezza di una pena che resta impigliata nei cavilli del diritto internazionale.
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