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Lo scandalo di Ilaria Salis tornerà davanti al giudice del lavoro

di Angelo Vitale -

Ilaria Salis all'uscita dal tribunale per il processo di appello per i licenziamenti dei suoi collaboratori a Milano


Sentenza annullata ma solo per un vizio procedurale, il giudice del lavoro tornerà ad occuparsene. È questa la realtà sostanziale e giuridica che emerge con chiarezza dal recente pronunciamento della Corte d’Appello di Milano, sezione Lavoro, sul caso che vede protagonista l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Ilaria Salis.

La decisione emessa dai giudici milanesi

Il provvedimento ha dichiarato la nullità della sentenza di primo grado, cancellando la condanna al pagamento di una somma complessiva superiore a 300 mila euro in favore di due suoi ex collaboratori parlamentari.

Tuttavia, contrariamente a quanto viene frettolosamente fatto passare, la decisione non costituisce affatto un proscioglimento nel merito né un’assoluzione rispetto ai fatti contestati.

Il motivo fondamentale che ha portato all’annullamento della pronuncia risiede esclusivamente in un vizio formale e procedurale. Un difetto nell’instaurazione del contraddittorio causato da una mancata e irregolare notifica degli atti giudiziari all’europarlamentare.

Per questo il primo giudizio si era svolto in contumacia, senza che la difesa di Salis potesse costituirsi in giudizio ed esercitare le proprie prerogative. Accogliendo il ricorso presentato dai legali dell’eurodeputata, la Corte d’Appello ha preso atto della notificazione inesistente. In tal modo ha disposto la rimessione degli atti al Tribunale del lavoro di Milano, azzerando il processo per far ripartire la causa dalla fase iniziale.

“Riconosciute le mie ragioni”

Nonostante le reazioni trionfalistiche subito diffuse a mezzo social – l’esponente di Avs ha commentato la notizia sostenendo che sarebbero state “riconosciute” le sue ragioni – lo scandalo vero è quello che ha coinvolto una autoproclamatasi paladina dei diritti chiamata a rispondere di accuse gravi.

Due suoi collaboratori avevano denunciato mesi fa un ingiusto licenziamento sime sul piano del lavoro e della correttezza professionale. La vicenda giudiziaria trae infatti origine dal ricorso promosso da Valentina Dadda e François Gelmetti. Sono due ex assistenti parlamentari licenziati, a loro dire, in modo del tutto ingiustificato e privo di giusta causa a pochissimi mesi dall’inizio della collaborazione.

In primo grado, il giudice del lavoro aveva accolto le domande risarcitorie dei due lavoratori. E condannata la parlamentare europea a versare oltre 300mila euro a titolo di compensi arretrati e indennità per l’allontanamento ritenuto illegittimo.

Una sanzione economica rilevante che testimonia la gravità delle contestazioni avanzate dai collaboratori, i quali sono stati costretti alle vie legali per vedere riconosciute le proprie spettanze retributive e la tutela dei propri diritti di lavoratori.

Le contraddizioni della “paladina dei diritti”

Una vicenda che assume oggettivamente contorni particolarmente controversi ed emblematici sotto il profilo politico e morale. La contraddizione appare stridente tra il ruolo pubblico di un’eurodeputata che fa della difesa dei lavoratori, della giustizia sociale e del contrasto alle precarietà i propri pilastri ideologici.

E poi le accuse concrete di aver riservato un trattamento di ingiustificato licenziamento ai propri stretti collaboratori. Un corto circuito neanche tanto simbolico. L’esito del giudizio d’appello cancella provvisoriamente l’obbligo di risarcimento economico, ma lascia intatte le questioni di fondo.

E la controversia non è affatto chiusa. Il procedimento ritorna ora dinanzi al Tribunale del lavoro di Milano, dove si svolgerà un nuovo processo in cui le parti si confronteranno direttamente nel merito delle accuse. Sarà soltanto la nuova pronuncia dei giudici a stabilire se le contestazioni di licenziamento illegittimo mosse dai due ex assistenti siano fondate o se le ragioni della difesa dell’eurodeputata possano reggere alla prova dei fatti.

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