L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Senza SE e senza MA

di Giuliano Guida Bardi -


Senza Se e senza Ma. Da quando sono state sfondate le vetrine di Milano lo ripetono tutti, a destra come a sinistra, e l’ha detto anche il Capo dello Stato: la violenza non si giustifica, punto. Bella frase. Peccato che sia falsa.
Il 25 aprile l’Italia festeggia una guerra, fatta da partigiani armati sulle montagne. I francesi, il 14 luglio, ricordano una prigione presa d’assalto e molte teste rotolate; gli americani, il 4 luglio, una rivolta a fucilate contro il loro Re. In quelle piazze, ricordando le violenze contro il potere costituito, nessuno dice “senza se e senza ma”. Parlano tutti di eroi. Il Se, dunque, esiste. Il problema è trovarlo.

Il Se riguarda il fine, e quindi chi sta dall’altra parte della barricata, cioè il potere contro cui si protesta. Quando a comandare è un tiranno che ha abolito le elezioni o un esercito straniero che occupa le case, chi si ribella non ha altri strumenti: i giornali sono chiusi e i tribunali addomesticati. Lì la violenza può diventare l’ultima parola rimasta, perché tutte le altre sono state confiscate. In una democrazia la situazione si rovescia. Le parole ci sono ancora tutte, e c’è perfino un luogo dove contarle: si scrive un programma e ci si candida, provando a convincere anche chi la pensa in un altro modo.

A quel punto la vetrina sfondata non è una necessità ma una scorciatoia, e per giunta poco furba, perché regala all’avversario l’argomento migliore per non ascoltare.
Non è un predicozzo da moralismi televisivi, sono numeri e scienza. Due ricercatrici americane, Erica Chenoweth e Maria Stephan, si sono messe a contare: fra il 1900 e il 2006 hanno censito 323 grandi campagne di protesta contro regimi e occupazioni. Quelle pacifiche hanno vinto il doppio delle volte e hanno lasciato in eredità più democrazie e meno guerre civili. Il Muro di Berlino è venuto giù senza un colpo di fucile. Il divorzio, da noi, è arrivato con una legge e un referendum, non con le molotov.

Avvertenza: molte vittorie della protesta disarmata sono arrivate perché dietro chi marciava a mani nude si intravvedeva qualcuno pronto a passare alle maniere forti. Martin Luther King ottenne la sua rivoluzione anche perché alla Casa Bianca preferirono trattare con quel pastore non violento piuttosto che ritrovarsi davanti Malcolm X. Spesso la paura del peggio apre quelle porte a cui la ragione bussava da anni. Resta paura, però, non pallottole.

Poi c’è il Ma. Marco Pannella lo aveva chiuso in una frase che ripeteva spesso: la durata è la forma delle cose. Un bisogno vero non si consuma in un pomeriggio. Le battaglie radicali sul divorzio, sull’aborto o sulle carceri sono andate avanti per anni, a forza di digiuni che spaventavano i medici e di sconfitte che nessuno prendeva per definitive.

Chi ha fame davvero torna in piazza il giorno dopo, e quello dopo ancora, finché qualcuno non lo ascolta, finché la sua situazione non cambia. La rabbia che ha sul serio qualcosa da dire, prima o poi, cerca una forma. Si dà un’organizzazione, mette nero su bianco le sue richieste, sceglie qualcuno che la rappresenti e alla fine si presenta davanti agli elettori per farsi contare. È il passaggio più faticoso, perché obbliga a metterci la faccia e a rischiare di perdere, ma è il più sicuro per trasformare un grido in una legge. Quella che non ha niente da dire, invece, si sfoga e va a casa.

A Montgomery, in Alabama, nel 1955, i neri della città scelsero la durata senza rompere un vetro: per 381 giorni andarono a lavorare a piedi pur di non salire sugli autobus segregati, finché la Corte Suprema diede loro ragione. Nell’agosto del 2011 Londra bruciò per cinque notti: negozi di scarpe da ginnastica e di televisori svuotati, migliaia di arresti, poi più niente. Di quella rabbia non è rimasta una legge, e nemmeno un leader.

I gilet gialli francesi, nel 2018, presero un’altra strada: tornare in piazza un sabato dopo l’altro. Disordinati, spesso violenti, ma ostinati. Dopo quattro sabati consecutivi Macron andò in televisione, ammise di aver sbagliato e mise sul tavolo fra gli otto e i dieci miliardi, con cento euro in più al mese per chi prendeva il salario minimo. I gilet incassarono i soldi, non una legge col loro nome. Quando, alle europee dell’anno dopo, provarono a farsi contare, raccolsero le briciole. Violente o pacifiche, le proteste che nascono da un bisogno vero hanno in comune una cosa: durano. Londra, invece, fu un fuoco fatuo: illuminò il cimitero per un istante, poi fu di nuovo buio.

Il Se e il Ma stanno rinchiusi in due domande semplici: si protesta per ottenere che cosa, e quanto lo si vuole davvero. Alla prima risponde il fine: la libertà o il pane, qualcosa che non si può avere in altro modo perché qualcuno ha sbarrato ogni strada con la forza. Alla seconda risponde il tempo, perché solo chi resiste mese dopo mese, anno dopo anno, dimostra di volere fino in fondo ciò che urla come suo diritto.

Quando le due risposte coincidono, la Storia dà ragione alla protesta, la ricorda con un nome glorioso e la celebra, come oggi accade ai partigiani o ai sanculotti. Quando, invece, il fine è vago e la protesta finisce con il weekend, mentre le urne restano aperte, la Storia non se ne accorge nemmeno. Restano i vetri da spazzare e qualche video sui telefonini, dimenticato anche quello nel giro di una settimana.

La Resistenza italiana contro i nazifascisti durò venti mesi. Solidarność, dagli scioperi dei cantieri di Danzica alle prime elezioni semilibere della Polonia, nove anni. Nelson Mandela ne passò ventisette in carcere prima di diventare presidente del Sudafrica. Il fine settimana di Milano, due giorni. Senza Se e senza Ma.

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