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Politica

Putin e le telefonate perdute: Calenda e Renzi litigano su chi ha dimenticato cosa

Italia Viva accusa il leader di Azione di reinventare la storia. Calenda replica, conferma tutto e rilancia

di Mauro Trieste -


Nel campo già affollato delle rivalità personali della politica italiana mancava soltanto una disputa sulla memoria di una telefonata a Vladimir Putin. A colmare la lacuna ci hanno pensato Carlo Calenda e Matteo Renzi, protagonisti di un nuovo capitolo della guerra permanente che divide Azione e Italia Viva. A innescare la polemica è stata un’intervista del leader di Azione, secondo il quale lui e Renzi avrebbero telefonato insieme al presidente russo per affrontare il tema della disinformazione dopo il referendum sulla Brexit. Una ricostruzione che Italia Viva ha accolto con una bordata senza sfumature.

Italia Viva: “Non è una fake news, è un genere letterario”

La replica del partito renziano è arrivata con la delicatezza che si riserva alle occasioni speciali. Secondo Italia Viva, le dichiarazioni di Calenda non sarebbero semplicemente false. Sarebbero il prodotto di una presunta “mitomania progressiva”, una condizione politica nella quale, non riuscendo a cambiare il presente, si decide di riscrivere il passato. L’affondo è di quelli che lasciano il segno. Calenda viene descritto come un leader impegnato a costruire una biografia parallela, popolata da episodi che altri protagonisti giurano di non aver mai visto. Non un avversario da battere nelle urne, ma un narratore da contestare in libreria. La conclusione dell’attacco è un piccolo gioiello di sarcasmo politico: “I mitomani che non potendo scrivere il futuro reinventano il passato non possono essere smentiti: devono essere solo aiutati”.

Calenda: “Verificate pure. E già che ci siete, verificate tutto”

Se l’obiettivo era chiudere la vicenda, il risultato è stato diametralmente opposto. Calenda ha ribadito “parola per parola” la propria versione, sostenendo che la telefonata sarebbe documentata e facilmente verificabile negli archivi di Palazzo Chigi. Non un ricordo sfocato, dunque, ma un fatto che avrebbe lasciato tracce ben precise. Poi, però, la difesa si trasforma rapidamente in contrattacco. Il leader di Azione ricorda che Renzi ha fatto parte fino a poco prima dell’invasione dell’Ucraina del consiglio di amministrazione di una società russa e suggerisce che oggi qualcuno possa non avere particolare interesse a rievocare certi trascorsi. Un passaggio che equivale a dire se stiamo aprendo il capitolo dei rapporti con Mosca, forse conviene leggerlo tutto.

Il centro che vive nel passato

La parte più sorprendente della vicenda è che nessuno dei protagonisti discute di inflazione, industria, tasse o politica estera. Il cuore dello scontro è una telefonata che, a sentire i contendenti, esiste certamente oppure non è mai esistita. È il paradosso di un’area politica nata per rappresentare pragmatismo, competenza e modernizzazione e finita invece a contendersi il controllo dei ricordi. Da una parte c’è chi accusa l’altro di reinventare la storia. Dall’altra chi invita tutti a consultare gli archivi. In mezzo, gli elettori assistono a un dibattito che assomiglia sempre meno a una competizione politica e sempre più a una riunione di ex soci intenti a ricostruire chi abbia ragione su una cena di dieci anni fa.

Cronache dal tribunale della nostalgia

Alla fine la questione non è nemmeno Putin. Né la Brexit. Né la disinformazione. La vera notizia è che Carlo Calenda e Matteo Renzi continuano a combattersi con l’intensità di una coppia che, a distanza di anni dalla separazione, non ha ancora deciso chi debba tenere l’album delle fotografie. Solo che qui le fotografie sono i ricordi politici, gli album sono gli archivi di Stato e le frecciate viaggiano quotidianamente sui giornali. Con il risultato che il centro riformista italiano, mentre il Paese guarda altrove, appare sempre più impegnato in una disciplina tutta sua: il salto triplo all’indietro. Nel passato, naturalmente. Con inevitabile contestazione del punteggio finale.

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