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Parla Roberto Capobianco (Conflavoro): “Il lavoro non lo distrugge l’AI, ma l’impresa che non innova e chiude”

Energia, credito, semplificazione e intelligenza artificiale.

di Igor Righetti -


“Sull’intelligenza artificiale c’è molta curiosità, ma ora va trasformata in politica industriale. Noi, come associazione, ci stiamo muovendo da tempo in questo senso, consci che l’AI può e deve diventare sempre più uno strumento centrale per le PMI: non toglie lavoro, bensì aumenta le competenze dei lavoratori”. Ne è convinto Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro, che aggiunge: “Al governo chiediamo di intervenire al più presto sul fronte dell’energia. La bolletta è il secondo stipendio che l’imprenditore paga ogni mese e le nostre PMI pagano l’elettricità fino al doppio dei concorrenti francesi e spagnoli. È un handicap competitivo che nessuna abilità imprenditoriale può compensare”. Sul fronte del fisco poi Capobianco chiede “subito un taglio strutturale del cuneo fiscale: più soldi in busta paga ai lavoratori senza un euro in più di costo per l’impresa. È il provvedimento che tiene insieme tutto – consumi, produttività, coesione sociale – e che risponde alla domanda vera del Paese: far sì che lavorare convenga, a chi assume e a chi è assunto”.

Soltanto due imprese europee su dieci utilizzano davvero l’AI. Quanto sono davvero pronte le PMI italiane a questa rivoluzione?

“I numeri parlano chiaro: l’AI la utilizza appena il 16% delle PMI, contro il 50% delle grandi aziende. Attenzione però: non è un divario tecnologico, è un divario di accompagnamento. L’imprenditore capisce subito il vantaggio – lo vede quando l’AI gli scrive un preventivo in cinque minuti invece che in un’ora – ma poi resta solo davanti a costi, competenze e regole. Le PMI italiane sono pronte di testa, non di strumenti. Colmare quel divario è compito nostro e delle istituzioni”.

Quasi mezzo milione di posti di lavoro sono già stati persi a livello globale per cause legate all’AI e un lavoratore su quattro svolge attività potenzialmente automatizzabili. Oltre la metà degli italiani teme che l’AI possa ridurre l’occupazione. Come si evita che la transizione digitale si trasformi in una nuova disoccupazione tecnologica?

“La disoccupazione tecnologica non si evita fermando la tecnologia: si evita formando le persone. Chi perde mansioni deve trovare competenze. Servono tre cose: formazione continua finanziata attraverso i fondi interprofessionali, riqualificazione dentro l’azienda mentre si lavora e ammortizzatori sociali che siano un trampolino di rilancio, non un parcheggio. Il lavoro non lo distrugge l’AI, lo distrugge l’impresa che non innova e chiude. Il rischio vero non è l’AI che sostituisce il lavoratore, ma l’azienda che perde il treno della tecnologia del momento e viene sostituita dal mercato. È un rischio che c’è sempre stato e sempre ci sarà. Per questo chiediamo una politica industriale che sostenga le imprese nell’adozione, in primis, di strumenti AI”.

In che modo l’AI può migliorare davvero il lavoro delle persone e non solo la produttività delle aziende?

“L’AI migliora il lavoro quando toglie alle persone le ore di attività ripetitive e restituisce tempo al valore: la relazione con il cliente, la qualità del prodotto, la crescita professionale. Nella piccola impresa questo è ancora più evidente, perché lì le persone fanno tutto: se l’AI compila i documenti, l’artigiano torna a fare l’artigiano. Dignità del lavoro significa esattamente questo: meno tempo da esecutori, più tempo da professionisti. La produttività dell’azienda e la qualità del lavoro delle persone non sono in conflitto: quando l’adozione è fatta bene, crescono insieme”.

Conflavoro propone voucher fino a 40 mila euro, un credito d’imposta stabile e formazione finanziata per favorire l’adozione dell’AI. Sono questi gli strumenti che oggi mancano davvero alle PMI?

“Sì, perché sono strumenti semplici e la semplicità è la prima forma di efficacia. Il voucher fino a 40 mila euro copre l’investimento iniziale che oggi spaventa il piccolo imprenditore; il credito d’imposta stabile dà l’orizzonte pluriennale per programmare; la formazione finanziata colma il divario di competenze. Tre strumenti, una sola logica: rendere l’AI accessibile a chi non ha un ufficio innovazione, cioè alla stragrande maggioranza del sistema produttivo italiano. Gli incentivi complicati li usano i grandi. Quelli semplici li usano tutti”.

Gli annunci di lavoro che richiedono competenze in AI sono aumentati del 93% in un solo anno. Ritiene che scuola, università e formazione stiano procedendo abbastanza velocemente per colmare questo divario?

“No, non abbastanza. Servono ITS potenziati e collegati ai distretti produttivi, università che dialogano con i territori e non solo con le metropoli e, soprattutto, formazione continua per chi già lavora perché la rivoluzione non aspetta i diciottenni di oggi. Come Conflavoro non siamo stati a guardare: abbiamo avviato percorsi di alfabetizzazione all’AI dedicati agli imprenditori e ai loro collaboratori. Ma il sistema Paese deve accelerare: ogni anno di ritardo formativo sono imprese che rinunciano a investire”.

Il principale ostacolo alla diffusione dell’AI è di natura tecnologica, economica o soprattutto culturale e organizzativa?

“Culturale e organizzativa, prima ancora che economica. La tecnologia costa sempre meno e non è mai stata così accessibile: oggi con pochi euro al mese un artigiano ha in tasca strumenti che dieci anni fa erano riservati alle multinazionali. Quello che manca è il metodo. Il piccolo imprenditore è schiacciato dall’operatività quotidiana e non ha il tempo di fermarsi a ripensare i propri processi: per questo servono accompagnamento, formazione e casi concreti del suo settore, non solo incentivi. L’incentivo compra lo strumento; la cultura lo fa funzionare”.

L’AI potrebbe aumentare la produttività delle imprese fino al 40%…

“Quel più 40% di produttività non arriva installando un software: arriva ridisegnando i processi attorno al software. L’AI è un amplificatore: se l’organizzazione funziona, moltiplica il valore; se non funziona, moltiplica il caos. Per questo insistiamo tanto sulla formazione: prima si formano le persone, poi si comprano gli strumenti. Chi fa il contrario butta i soldi e dà la colpa alla tecnologia”.

Lei ha parlato molto della Transizione 6.0, che cosa dovrebbe prevedere concretamente per aiutare davvero le PMI?

“Tre interventi concreti. Primo: sportello sempre aperto e automatismo fiscale, mai più click day, un incentivo non può essere una lotteria. Secondo: dentro non devono esserci solo i macchinari, ma anche software, intelligenza artificiale e formazione perché la fabbrica di oggi è fatta anche di beni immateriali. Terzo: tempi certi di fruizione perché una piccola impresa non può anticipare liquidità per due anni in attesa che lo Stato mantenga la parola. Un incentivo che arriva tardi è un incentivo che non esiste. Semplicità, ampiezza, tempi certi: la Transizione 6.0 o è per le PMI o non è”.

Qual è la prima riforma che servirebbe oggi alle imprese italiane?

“La certezza delle regole. Prima ancora delle risorse, un mercato moderno chiede stabilità: norme che non cambiano ogni sei mesi, tempi certi della pubblica amministrazione, contenzioso ridotto. L’imprenditore convive con il rischio d’impresa, è il suo mestiere; ma il rischio normativo non dovrebbe esistere. Ogni incertezza sulle regole è un investimento rinviato, e ogni investimento rinviato sono posti di lavoro che non nascono. La riforma più potente è anche quella a costo zero: uno Stato che decide, risponde e mantiene la parola”.

Avete parlato molto di contratti collettivi e rappresentanza sindacale: serve una riforma per garantire maggiore certezza e meno dumping contrattuale?

“Sì, ed è una riforma che chiediamo da anni. Il dumping contrattuale è concorrenza sleale pura: danneggia i lavoratori – che ricevono meno tutele – e le imprese serie, battute sul prezzo da chi risparmia sui diritti. Ma attenzione a non confondere la cura con la malattia: la soluzione non è il monopolio contrattuale di pochi soggetti, bensì l’equivalenza delle tutele. Servono criteri oggettivi e misurabili di rappresentatività e la verifica dell’equivalenza economica e normativa dei trattamenti, nel rispetto del pluralismo sindacale che la Costituzione garantisce”.

I dati dicono che il 67% dei clienti controlla i profili social di un’azienda prima di acquistare. Possiamo affermare che oggi la reputazione digitale vale quanto quella reale?

“Vale quanto quella reale e spesso arriva prima. Se due clienti su tre controllano i profili prima di acquistare, la prima stretta di mano avviene sullo schermo. Per una piccola impresa questo è un rischio, ma anche un’enorme opportunità: la reputazione digitale non si compra con i budget pubblicitari, si costruisce con la coerenza. Il piccolo può competere con il grande sul terreno della fiducia, che è da sempre il suo punto di forza. Ma deve presidiarla: una recensione senza risposta e un profilo abbandonato oggi parlano quanto una vetrina spenta”.

Tra le vostre proposte figura anche il credito d’imposta “Rientro giovani” per riportare in Italia competenze e talenti. Quanto pesa oggi per le imprese italiane la fuga dei giovani qualificati?

“Pesa tantissimo ed è un paradosso che non possiamo più permetterci: formiamo talenti con risorse pubbliche e li regaliamo ai nostri concorrenti. Ogni giovane qualificato che parte è un investimento del Paese che produce valore altrove, mentre le nostre imprese non trovano le competenze che cercano, a partire proprio da quelle digitali e sull’AI. “Rientro giovani” serve a invertire la rotta: rendere conveniente per l’impresa assumere chi torna e conveniente per il giovane tornare. Non possiamo essere il Paese che esporta cervelli e importa rimpianti”.

Voi proponete il piano “Energia in fabbrica” con incentivi per l’autoproduzione. È questa la strada per ridurre in modo strutturale i costi energetici delle PMI?

“Sì, è l’unica strada davvero strutturale. Gli aiuti tampone servono nell’emergenza, ma finiscono; l’energia autoprodotta resta. “Energia in fabbrica” significa trasformare ogni tetto di capannone in una piccola centrale: fotovoltaico, sistemi di accumulo, comunità energetiche tra imprese dello stesso distretto. Chi autoproduce si libera per vent’anni dalla volatilità dei mercati internazionali e restituisce margine all’impresa. È anche l’assicurazione migliore contro le crisi geopolitiche: ogni chilowattora prodotto sul tetto di un capannone italiano è un chilowattora che nessuno stretto conteso può toglierci”.

 Oggi la vera sfida è trovare nuove risorse oppure semplificare finalmente la burocrazia?

“Semplificare, senza alcun dubbio. Le risorse in gran parte ci sono: è la burocrazia che le blocca. Non è accettabile che installare un impianto sul tetto del proprio capannone richieda mesi di autorizzazioni: nel tempo che serve a ottenere le carte, un concorrente europeo ha già installato e sta già risparmiando. La burocrazia è un costo occulto che ricade anzitutto sui piccoli. La vera riforma a costo zero è questa: tempi certi, silenzio-assenso, un solo interlocutore. Ogni mese di attesa autorizzativa è energia pulita non prodotta e denaro regalato ai mercati”.

Quanto sono strettamente collegati oggi transizione energetica e transizione digitale?

“Sono due facce della stessa transizione e chi le tratta separatamente sbaglia i conti. L’AI consuma energia: i data center sono le fabbriche del ventunesimo secolo e le fabbriche si costruiscono dove l’energia costa meno. Ma vale anche a livello di singola impresa: nessuna PMI investe in tecnologia se la bolletta si mangia il margine che la tecnologia dovrebbe creare. Energia competitiva e digitalizzazione vanno pensate come un’unica politica industriale: rinnovabili, reti, data center e competenze. O corrono insieme, o si fermano insieme”.

Tra cinque anni, cosa distinguerà un’impresa competitiva da una destinata a perdere terreno: la tecnologia che utilizza oppure la capacità di adattarsi rapidamente al cambiamento?

“La capacità di adattarsi. La tecnologia si compra, l’adattabilità si costruisce. Tra cinque anni gli strumenti di oggi saranno superati, e vincerà chi avrà imparato a cambiarli in fretta: persone formate, organizzazione flessibile, curiosità come metodo. E qui le piccole imprese hanno un vantaggio naturale: la flessibilità è nel loro Dna, decidono in un giorno quello che altrove richiede sei riunioni. Quel vantaggio però va sostenuto con formazione continua, accesso al credito e regole certe”.

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