Lo spettro di Renzi in una Leopolda desolante
Ormai di Matteo Renzi resta poco e nulla. La Leopolda è stata veramente un qualcosa di patetico, un appuntamento che poteva tranquillamente essere evitato, in modo da salvaguardare almeno qualche ricordo dei fasti passati. La sensazione è quella di un giocatore di Serie A che, pur appesantito dall’età e impoverito nella qualità tecnica, si ostina a voler scendere in campo a tutti i costi. Ci manca soltanto che, a seguito della prossima mancata elezione, continui imperterrito a dispensare consigli non richiesti al resto del mondo politico e a candidarsi bulimicamente a ogni carica. Con il risultato di perdere tutte le volte. E poi tutte le volte correre pimpante verso la sconfitta nuova che si prospetta all’orizzonte.
Visto il progressivo e inesorabile allontanamento del leader dalle stanze del comando, la kermesse si sta rivelando una passerella poco frequentata e scarsamente attesa persino da quella cerchia di fedelissimi che un tempo gravitavano nell’orbita del giglio magico spinti soprattutto dal calcolo dell’ambizione. Ma il vero dramma, ciò che Matteo Renzi sembra incapace di afferrare, risiede in quel profilo irrimediabilmente egocentrico che sta polverizzando quel residuo di immagine istituzionale e seria faticosamente coltivato in certi ambienti per accreditarsi come politico di razza.
L’appello lanciato ai centristi fotografa Italia Viva intrappolata in una soglia di imbarazzante rischio politico. Per non dire in una catastrofe annunciata. Carlo Calenda, scottato da un precedente matrimonio lampo, non ha la minima intenzione di rimettersi in barca con lui per farsi beffare un’altra volta sulla gestione delle candidature e dei posti in Parlamento.
Il doppio binario del leader di Rignano e un appello nel vuoto
Nel frattempo, la strategia del leader di Rignano si muove su un doppio binario disperato. Da un lato cerca di accreditarsi con il campo largo della sinistra, dall’altro strizza l’occhio ai moderati di Forza Italia nella speranza di trovare una sponda, un listone o un qualsiasi espediente elettorale che gli garantisca la sopravvivenza parlamentare. L’incubo, d’altronde, è quello di fare la stessa fine di Gianfranco Fini che nel 2013 toccò l’apice del patetismo con Futuro e Libertà, dissolvendosi in una magra figura che lo rispedì a casa dopo ben trentuno anni di parlamento. Ben inteso il sottoscritto non crede che la Repubblica ne abbia avuto alcun danno in quel frangente. Come tuttora non crede che il parlamento abbia perso qualcosa di importante.
Il risultato di questa spregiudicata manovra è sotto gli occhi di tutti. Un appello ridicolo, ignorato da chiunque, con gli interlocutori che lo trattano peggio di un reietto. I forzisti reagiscono con totale e gelida indifferenza; Calenda palesa lo sconcerto di chi si imbatte in un vampiro e gli scaglia contro un mazzo d’aglio; buona parte della sinistra ripete allo sfinimento che la sua presenza sottrae molti più voti di quanti ne possa eventualmente rastrellare. A questo punto, verrebbe da chiedersi se non converrebbe smettere di celebrare le edizioni della kermesse toscana per consegnarsi alla decenza del ricordo, anziché consacrare il proprio fallimento politico a reti unificate.
LEGGI TUTTE LE NEWS DI POLITICA
Torna alle notizie in home