Scontri e saccheggi, l’illusione del distinguo nei social media
Una immagine divenuta virale dopo i saccheggi a Milano del 18 ottobre
Un abisso incolmabile separa i salotti televisivi, le redazioni delle anime belle e i corridoi parlamentari dalla pancia reale del Paese digitale. Un abisso lastricato di buone intenzioni, sofismi sociologici e di quel riflesso condizionato che impone, ogni volta che una città finisce ostaggio della guerriglia urbana, di sfoderare l’arte bizantina del distinguo.
Dopo i saccheggi
Da una parte la “sacrosanta protesta”, dall’altra le “frange isolate”. Da un lato il dissenso costituzionale, dall’altro la condanna d’ordinanza per le vetrine sfondate, ma sempre accompagnata dalla solita postilla a mezza bocca sulla “risposta sproporzionata” dei reparti mobili o sulla presunta “deriva autoritaria”.
Peccato che questo raffinato esercizio retorico, tanto caro a chi nelle opposizioni e in certi media ha cercato di inchiodare il governo al peccato mortale di decisionismo sul Decreto Sicurezza, si sia schiantato contro un muro invalicabile: la realtà spietata dei dati.
I dati dei social
Nel grande tribunale dei social network, dove le sfumature annegano soffocate dalla velocità dell’algoritmo e dall’impatto, la linea del distinguo non solo non sfonda, ma viene letteralmente polverizzata. I numeri dell’analisi congiunta di Socialcom e Social Data sono una doccia gelata per chi crede ancora che l’opinione pubblica si appassioni ai manifesti ideologici mentre bruciano i cassonetti.
Nell’ultima settimana, il perimetro infuocato delle piazze ha prodotto una voragine di oltre 35 milioni di interazioni e 675ila conversazioni. Un’ondata travolgente concentrata per un terzo proprio nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, all’apice degli scontri e delle repliche furiose tra piazza e Palazzo Chigi.
E cosa è rimasto, sul ondo di questo sterminato magma digitale, delle nobilissime ragioni dei manifestanti?
Non sfonda la narrazione che giustifica
Una miseria statistica: appena il 16% dei post si è degnato di prendere in esame i motivi alla base della mobilitazione. L’84% dell’Italia connessa ha voltato le spalle alle rivendicazioni. Quando la cronaca offre l’odore acre dei lacrimogeni, i blindati assediati e la conta dei danni, il cittadino non compila saggi di sociologia politica. Il resto del dibattito non concede sconti alla pretesa pedagogia progressista.
La metà esatta degli interventi si è focalizzata sul ruolo delle forze dell’ordine, un imponente 40% ha messo a tema unicamente la devastazione materiale. Non solo: un utente su tre ha chiamato in causa le pesanti responsabilità di scuola e famiglia per le intemperanze di minorenni scambiati troppo presto per partigiani. Il sentimento dominante non è la fratellanza verso il corteo — confinata a un misero 15% —, ma una cupa e palpabile preoccupazione che attanaglia 4 italiani su 10, accompagnata da sconcerto e indignazione.
In questo scenario, la narrazione delle opposizioni sul Dl Sicurezza come mostro liberticida subisce una disfatta totale. Oltre la metà della Rete sostiene la stretta: se il 35% approva senza riserve il provvedimento un ulteriore 16% lo considera una risposta urgente e necessaria. Le critiche, intrise di sarcasmo, restano minoranza rumorosa.
A dominare la scena l’estensione del fermo preventivo con 170mila interazioni, l’impiego dei militari a Milano con 148mila e le sanzioni ai genitori per i reati dei figli con 82mila. La sentenza del web è inappellabile. Chi invoca ordine non cerca alchimie verbali. E chi risponde ai saccheggi con la teoria del distinguo non fa che regalare al decisionismo del governo la sua più netta vittoria.
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