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Sicurezza

IL PICCHIO – L’avanguardia nelle parole, la retroguardia nei palazzi

di Giuseppe Tiani -


Ci sono politici che, appena sentono gridare contro il governo, preparano il comunicato di solidarietà. Il programma lo leggeranno dopo. Intanto applaudono. Ma prima di sposare una battaglia, non sarebbe utile sapere quale società vogliono quelli che la guidano? Cercano nella rabbia altrui il popolo che non si sente più rappresentato.

Il fermo e la storia di Youssef Siher suggeriscono prudenza. Le accuse andranno provate, senza processi per cognome né assoluzioni per curriculum. Le idee, però, si possono commentare senza aspettare sentenze. Nel gennaio 2026 Siher prospettava una rivoluzione «contro l’Occidente», comprendendo tra i bersagli anche i partiti di sinistra e i sindacati occidentali. Alle diaspore attribuiva un potenziale ruolo rivoluzionario.

Chi cercava alleati sociali si è accorto di essere tra le cose da abbattere? L’avanguardia, stavolta, si è portata avanti.

Nel 2014 Laura Boldrini descrisse i migranti come «l’avanguardia di questa globalizzazione». Parlava della possibilità di nascere, studiare e lavorare in Paesi diversi, non di sottomissione culturale.

Ma perché attribuire alla mobilità una parola tanto carica di valore storico e politico? Le idee non si prescrivono e restano discutibili. Avanguardia. Nella storia politica, letteraria e artistica ha significato ricerca, rottura, conflitto con l’ordine esistente. Ha prodotto opere e terribili abbagli.

Non è un certificato di progresso da allegare al passaporto. Si può attraversare una frontiera senza liberarsi di un pregiudizio, come restare nel proprio Paese e coltivarli tutti. Ma verso cosa avanza questa avanguardia? Altrimenti la storia delle idee diventa una pratica da sportello. Il filosofo Cacciari richiama il vuoto lasciato dai partiti e dai corpi intermedi. Una politica ridotta a comitato elettorale non organizza il disagio, lo rincorre. Stanziali nei palazzi, alcuni dirigenti e leader hanno scambiato la conoscenza dei corridoi con quella del Paese.

Un tempo si contendevano le idee. Adesso ci si prenota sotto gli striscioni. Salari, pensioni, disuguaglianze, casa e futuro dei giovani chiedono risposte. Chi manifesta pacificamente va ascoltato. Chi saccheggia risponde delle proprie azioni. Chi usa la protesta per costruire un progetto politico risponda dei suoi obiettivi. Basta essere contro lo stesso governo per volere la stessa società? La domanda vale anche per l’islam politico teocratico e illiberale.

Quale progresso c’è nel subordinare le libertà al primato religioso? Il bersaglio della critica è quella pretesa di potere, non la fede musulmana. Chi impone la propria verità religiosa a tutti vuole comandare la società multiculturale, non convivervi. Il multiculturalismo ha senso se persone diverse vivono da cittadini uguali.

Fallisce quando, per rispettare una tradizione, si abbandona chi la subisce. Come si può combattere il maschilismo di casa nostra e diventare comprensivi quando lo si chiama differenza culturale? Il prezzo maggiore lo pagano le donne, come sempre. La patente di apertura mentale se la prendono gli altri. Anche il musulmano che cambia fede, non crede o dissente dalla propria comunità ha diritto alla stessa libertà di tutti. La convivenza si misura qui, non nell’ipocrisia di alcuni convegni. Difendere i palestinesi non obbliga a giustificare Hamas.

Credo nella giustizia sociale, nelle libertà individuali e collettive, nella libertà d’impresa ed economica. Le nostre radici religiose, le conquiste civili e democratiche possono essere discusse e arricchite. Non sono materiale da scartare. E il prosciutto crudo lasciamolo nel menù, con un’alternativa per chi non lo mangia.

Nelle piazze la polizia garantisce lo spazio democratico del conflitto sociale. Protegge le manifestazioni pacifiche, anche contro il governo o la polizia stessa. Isolare chi usa la violenza significa tutelare chi protesta senza praticarla. Dietro gli scudi ci sono lavoratori in uniforme che garantiscono i diritti di altri lavoratori, studenti e cittadini. Servono conoscenza del territorio, sensibilità sociale, dialogo e proporzione nell’uso della forza.

Per questo la gestione della pubblica sicurezza e dell’ordine pubblico deve restare saldamente nelle mani delle autorità civili di polizia e di pubblica sicurezza. La direzione dei servizi spetta al questore, nel quadro delle responsabilità del prefetto. In momenti particolari il contributo dei militari può essere necessario e prezioso, come supporto entro compiti definiti, mai in sostituzione della guida e direzione civile.

Ai poliziotti anche quando dileggiati si chiede di proteggere la piazza. Alla politica spetterebbe ascoltarla e dare risposte. Possibilmente prima del prossimo comunicato di solidarietà. Nei palazzi si distribuiscono patenti di avanguardia. Prima di consegnare la prossima, si controlli almeno la direzione di marcia.

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