Lula rappresenta la solidità dei Brics
epa13332179 Brazilian President Luiz Inacio Lula da Silva, who won the runoff election with 51.79 percent of the vote, compared to 48.21 percent for far-right Senator Flavio Bolsonaro, speaks to supporters in Sao Paulo, Brazil, 25 October 2026. EPA/ISAAC FONTANA
Il finale era già scritto, o almeno così pareva nei pronostici di chi considerava il secondo tempo di Jair Bolsonaro un’inevitabile certezza matematica. Invece, il vecchio sindacalista ha spaginato il copione. La conferma definitiva non è giunta soltanto dalle urne, ma da quel riconoscimento ufficiale del partito del presidente uscente che ha suggellato il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva alla guida del Paese dei due mondi: quello dei latifondi sconfinati e quello dei favelados in cerca di riscatto.
Una rimonta che stupisce e costringe anche i più scettici a un salutare bagno di umiltà. Io per primo ho sbagliato. Davo per scontato che stavolta per Lula sarebbe stato praticamente impossibili.
Come me chi dava Bolsonaro per blindato ha dovuto fare i conti con la caparbietà di un leader che sembrava ormai consegnato agli archivi della storia. Invece, in una manciata di settimane, il vecchio Lula ha ritrovato la parola giusta per parlare a un colosso geografico e sociale provato da lacerazioni profonde, rilanciandosi al vertice di una nazione complessa, ancora drammaticamente diseguale ma mossa da un’insopprimibile vitalità e un ottimismo atavico. Probabilmente scritto nella vivacità complessa della sua variegata genetica.
La portata di questo ribaltamento va tuttavia ben oltre i confini nazionali. Il dato politico più denso è squisitamente geopolitico. Con questa vittoria si interrompe idealmente quella direttrice che per decenni ha visto l’America Latina muoversi lungo binari contigui agli interessi di Washington. E dopo la caduta del Venezuela, Cuba restava una mera appendice. Sembrava fatta!
Storicamente, l’antagonismo all’egemonia statunitense era egemonizzato dai popoli di ceppo linguistico ispanico; il gigante di lingua portoghese tendeva a rimanere meno esposto. Oggi il quadro si ribalta. È proprio il colosso brasiliano ad attestarsi come il perno centrale dell’emisfero meridionale nel fare da contrappeso alla Casa Bianca.
Non che Lula sia in perenne assetto da guerra contro l’Occidente. La sua figura agisce piuttosto come presidio strategico. Il presidente eletto è, a tutti gli effetti, un uomo chiave dei BRICS, e la galassia delle potenze emergenti sa di poter scommettere su di lui per scardinare i canoni classici del vecchio ordine mondiale.
La svolta segnala a un Occidente spesso distratto che un mondo alternativo non sta soltanto emergendo, ma pretende di ridefinire gli equilibri globali con una postura di fortissima autonomia sovrana.
Un Paese ancora in ampia parte agricolo e contraddittorio, con differenze sociali abissali, ma fortemente lanciato verso il futuro, torna così a rivendicare il proprio ruolo. E per chi aveva dato per spacciato il vecchio leone, non resta che prenderne atto. Io per primo.
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