L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



L'Identità Rosa

Dalla prima pila atomica ai laboratori italiani, le donne che hanno cambiato la fisica

Da Marie Curie al Gran Sasso, un secolo di ricerca al femminile

di Priscilla Rucco -


Se c’è un campo in cui la leadership femminile ha dovuto farsi strada tra diffidenze e silenzi, è proprio quello del nucleare. La storia comincia con Marie Curie, che studiò la radioattività e fu la prima donna a ricevere un Nobel, anzi due, per la fisica nel 1903 insieme al marito Pierre e per la chimica nel 1911.

Sua figlia Irène, insieme al marito Frédéric Joliot, scoprì nel 1934 la radioattività artificiale, valsa ai due il Nobel per la chimica l’anno seguente: fu proprio quella scoperta a spingere Enrico Fermi, a Roma, a bombardare i nuclei con i neutroni. Nell’Istituto di fisica di via Panisperna lavorava già dal 1917 Nella Mortara, nata a Pisa e assistente di Orso Mario Corbino.

Le donne italiane dei primi laboratori

All’Ufficio del radio si occupò della taratura dei preparati radioattivi. La donna, di religione ebraica, fu colpita dalle leggi razziali: perse la libera docenza e nel 1939 dovette partire per il Brasile; solo nel 2022 la Sapienza di Roma, le ha intitolato un’aula.

Negli stessi anni Daria Bocciarelli – parmense – formatasi a Firenze studiando la radioattività del potassio, approdò nel 1938 ai laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità, dove condusse con Edoardo Amaldi esperimenti di fisica nucleare, tra cui quelli sull’urto tra protoni e neutroni.

Dalla fissione alla prima pila atomica

Fu una chimica tedesca, Ida Noddack, a suggerire nel 1934 – commentando i risultati romani sull’uranio – che il nucleo potesse spezzarsi in frammenti. L’ipotesi restò inascoltata fino alla scoperta della fissione, alla fine del 1938, la cui interpretazione teorica si deve all’austriaca Lise Meitner e al nipote Otto Frisch. Meitner sarebbe poi stata esclusa dal Nobel per la chimica assegnato nel 1944 al solo Otto Hahn. Quattro anni dopo, a Chicago, l’unica donna nella squadra di Fermi era la ventitreenne Leona Woods, che aveva appena concluso il dottorato. Costruì i rivelatori di neutroni della prima pila atomica e il 2 dicembre 1942 era presente quando la reazione a catena divenne autosostenuta.

Nel 1963 Maria Goeppert Mayer sarebbe stata la seconda donna – dopo Curie – a vincere il Nobel per la fisica, grazie al modello a strati del nucleo. Decisamente più amara la vicenda della fisica di origine cinese Chien-Shiung Wu, che aveva lavorato anche al Progetto Manhattan. Tra la fine del 1956 e l’inizio del 1957 dimostrò sperimentalmente la violazione della parità nei decadimenti beta, ma vide il Nobel del 1957 andare ai soli colleghi teorici Tsung-Dao Lee e Chen Ning Yang.

Le eredi di oggi

Nel dopoguerra fu Milla Baldo Ceolin ad aprire la strada in Italia. Qualche anno dopo (1963) divenne la prima donna titolare di una cattedra all’Università di Padova e dal 1965 al 1968 diresse la sezione locale dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, legando in maniera indissolubile, il proprio nome agli studi sui neutrini, tanto da essere ricordata come la “signora dei neutrini”. Nel 2009 Lucia Votano è stata la prima donna chiamata a dirigere i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, il più grande centro di ricerca sotterraneo al mondo, incarico ricoperto fino al 2012, e ha preso parte all’esperimento Opera sulle oscillazioni dei neutrini.

Angela Bracco, docente di fisica nucleare sperimentale all’Università di Milano e studiosa della struttura dei nuclei atomici, è stata la prima donna a presiedere il Comitato europeo per la collaborazione nella fisica nucleare (NuPECC) e dal 2024 guida il Centro Ricerche Enrico Fermi. Sono storie che dicono molto anche del presente.

L’Italia, con la legge delega approvata in via definitiva dal Senato il 23 settembre scorso, riapre il capitolo dell’energia nucleare, e nel Paese opera la sezione nazionale di Women in Nuclear, la rete internazionale che riunisce le professioniste del settore. Intanto il piano europeo per le donne nella ricerca punta a ridurre il divario nelle discipline scientifiche. La sfida è fare in modo che le scienziate di domani non debbano attendere – ancora – decenni per vedersi riconosciuti i propri meriti.

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