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IL LAVORO AL CENTRO- La protesta accende le coscienze, la politica deve dare le risposte

Le mobilitazioni di piazza e le responsabilità di un Paese

di Raffaele Bonanni -


C’è un malessere che attraversa l’Italia e cerca una piazza in cui esplodere. Talvolta lascia dietro di sé vetrine infrante, negozi saccheggiati, mezzi incendiati, poliziotti feriti. È la scorciatoia di chi, non sapendo cambiare le cose, preferisce romperle. Ma la violenza non è una forma di protesta: è la sua bancarotta morale.

Anche l’ultima mobilitazione proclamata dall’USB riapre una questione scomoda. Che cosa rende generale uno sciopero: la formula del manifesto o la partecipazione dei lavoratori? Un sindacato ha pieno diritto di mobilitare; la sua rappresentatività, però, non nasce da un megafono. E il rispetto delle regole non è un dettaglio burocratico da ignorare. Se l’adesione è limitata, chiamare generale uno sciopero non lo rende tale. Se in corteo si mescolano lavoratori, studenti, centri sociali e militanti pro Palestina, non c’è nulla di scandaloso. Lo scandalo comincia quando qualcuno pretende che la rabbia autorizzi tutto, o che ogni piazza debba trasformarsi in una prova di forza.

Non facciamo, tuttavia, il regalo più grande ai violenti: confondere chi manifesta pacificamente. La libertà di riunirsi e contestare è una conquista irrinunciabile. Serve anche a ricordare a chi governa che il potere non è proprietà privata e che l’interesse pubblico viene prima della convenienza di partito. Proprio perché preziosa, questa libertà esige un confine netto: nessuna indulgenza verso aggressioni, devastazioni e illegalità. La legge non può valere soltanto quando protegge i nostri diritti e sparire quando limita i nostri impulsi.

Poi vengono le parole d’ordine: scuola, sanità, salari, caro vita, pace. Chi potrebbe considerarle questioni secondarie? Eppure un cartello non è un programma, uno slogan non è una soluzione, un corteo non è una riforma. Perché il lavoro rende così poco? Perché i servizi pubblici consumano risorse senza garantire ovunque risultati adeguati? Perché le famiglie avvertono insicurezza anche quando le statistiche raccontano qualche miglioramento? Sono domande che meritano risposte, non una gara a chi urla più forte.

E qui si scopre il vero scandalo: la politica spesso aspetta la piazza per ricordarsi del Paese. L’opposizione può essere tentata di cavalcare ogni protesta, pur di indebolire la maggioranza.

Il governo può essere tentato di ingigantire ogni disordine per dipingere il dissenso come una minaccia. Due tattiche opposte, un identico vizio: usare i problemi invece di risolverli. Nell’immediato portano consenso; alla lunga consumano la credibilità di entrambi. E una democrazia senza una classe dirigente credibile apre spazi a chi promette miracoli e prepara delusioni.

Nessuno, del resto, ha le mani tanto pulite da scagliare la prima pietra. I salari italiani scontano un peso fiscale elevato sul lavoro e una produttività debole. Non basta ordinare alle retribuzioni di salire: servono investimenti, innovazione, organizzazione e imprese capaci di creare valore. Ma non basta neppure invocare la produttività per rinviare all’infinito una più equa distribuzione dei suoi frutti.

Scuola e sanità richiedono risorse, certo; soprattutto pretendono criteri, responsabilità, misurazione dei risultati, correzioni concrete. L’energia impone di discutere senza tabù anche del nucleare, valutandone costi, tempi e sicurezza, anziché accettare come destino una dipendenza onerosa dalle fonti fossili e dai loro fornitori. Su questi ritardi si sono alternati governi di ogni colore. La memoria corta è comoda, ma non è una politica industriale.

In un mondo segnato da guerre e rivoluzioni tecnologiche, l’Italia non può permettersi un dibattito ridotto a tifoseria. Non serve cancellare il conflitto democratico; serve elevarne la qualità. Maggioranza e opposizione dovrebbero sfidarsi su proposte verificabili: quali obiettivi, con quali risorse, entro quali tempi, sotto la responsabilità di chi? E dove l’interesse nazionale lo richiede, dovrebbero avere il coraggio di collaborare senza gridare al tradimento.

La serietà non fa rumore, ma lascia risultati che durano.

La domanda decisiva, allora, non è chi conquisterà la prossima piazza o vincerà il prossimo sondaggio. È se qualcuno saprà proporre al Paese una competizione diversa: non soltanto per occupare il governo, ma per dimostrare di saper governare meglio. La protesta può accendere una coscienza. Le pietre possono soltanto spezzare vetri. A ricostruire, invece, servono idee, responsabilità e coraggio.

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