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Giustizia

La legge spiegata a chi legge – Il caso Siher e i confini tra politica e giustizia

di Maria Teresa Zampogna -


Una scarcerazione, la protesta del Governo, la replica dei magistrati. La richiesta di sicurezza che segue le violenze di piazza è comprensibile. Più difficile è accettare che la risposta giudiziaria possa non coincidere con quella attesa. La GIP di Milano, Tiziana Landoni, non ha convalidato il fermo di Youssef Siher, amministratore dei canali social del Movimento 17 ottobre e ha respinto la richiesta di custodia cautelare della Procura: per la premier Giorgia Meloni una decisione «vergognosa», che mortifica il lavoro degli investigatori, rivendicando la difesa della sicurezza dei cittadini; per la giudice milanese l’esito della verifica sugli elementi raccolti. Non sono due valutazioni sullo stesso piano. La prima esprime un giudizio politico; la seconda esercita una funzione che la Costituzione affida alla magistratura e sottrae alle aspettative di chi governa, senza per questo renderla immune dalla critica.

È questo il significato della giurisdizione: applicare la legge a una vicenda concreta, accertando responsabilità e tutelando diritti attraverso il processo. Nel procedimento penale il giudice deve mantenere la propria distanza tanto dall’accusa quanto dalla difesa. Se la Procura chiede il carcere, il controllo giudiziario può concludersi con un diniego. L’art. 102 della Costituzione attribuisce la funzione giurisdizionale ai magistrati ordinari; gli artt. 101 e 104 Cost. ne delimitano l’esercizio con la soggezione del giudice soltanto alla legge e l’autonomia della magistratura dagli altri poteri dello Stato. L’art. 111 Cost. Sul “giusto processo” completa questa garanzia: contraddittorio fra le parti, giudice terzo e imparziale, obbligo di motivare i provvedimenti. L’indipendenza, dunque, non libera il giudice dal dovere di rendere ragione delle proprie decisioni.

Nel caso Siher, la Procura aveva contestato istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La GIP non ha ravvisato, negli elementi esaminati, gravi indizi per i reati ipotizzati né un concreto pericolo di fuga: non ha convalidato il fermo e ha respinto la richiesta di custodia cautelare. Una decisione sulla libertà durante le indagini, non un’assoluzione. È qui che la garanzia dell’art. 13 Cost., posto a tutela della libertà personale, incontra quella dell’art. 27 Cost., che impedisce di considerare colpevole l’imputato prima della condanna definitiva. La gravità dell’accusa impone un controllo rigoroso; non può prenderne il posto.

Il Governo risponde, invece, delle scelte politiche e della sicurezza dei cittadini. L’art. 95 Cost. affida al Presidente del Consiglio la direzione della politica generale; l’art. 110 Cost. assegna al Ministro della Giustizia l’organizzazione dei servizi, ferme le competenze del CSM. Queste attribuzioni non comprendono il potere di orientare l’esito di un procedimento. La critica resta legittima, ma deve misurarsi con questa distinzione. 

L’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) ha denunciato nelle parole della Premier un attacco e una delegittimazione della giudice, ritenendole un’intimidazione e non una critica. I vertici del Tribunale di Milano hanno definito le dichiarazioni politiche, più moderatamente, “irricevibili”.

Anche mediaticamente, tanti sono stati i commenti a caldo, in un clima di allarme sociale, dopo il susseguirsi di notizie di stampa circa l’incitamento alla violenza ed eventuali legami fra Siher e ambienti terroristici. 

In effetti, la politica non deve mai entrare nelle aule di giustizia come pressione sulle decisioni, anche quando ritiene di sostenere una causa giusta. Poco tempo fa abbiamo assistito alla presenza dell’esponente politico Elly Schlein nell’aula del processo per la morte di Giulio Regeni, accanto ai genitori, giustificando tale partecipazione quale “sostegno alla ricerca di verità e giustizia”. La vicinanza alla famiglia merita rispetto, ma la scelta di una leader di partito di schierarsi in aula accanto a una parte processuale resta criticabile per la pressione simbolica che può esercitare. Non prova un condizionamento dei giudici, ma porta nel processo il peso di un’appartenenza politica. 

La stessa esigenza di credibilità impegna ancor più i magistrati al riserbo sulle proprie convinzioni politiche. Da notizie di cronaca si legge che la gip milanese del caso Siher avesse firmato un Appello per Gaza: ciò ovviamente non prova un errore nel giudicare, ma pone il tema dell’apparenza di imparzialità. La giurisdizione tutela tutti soltanto se conserva la distanza necessaria a giudicare ciascuno.

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