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Elezioni più ricche di sempre ma gli Usa si interrogano sul pluralismo

La guerra tra tycoon, i miliardi fanno girare la macchina elettorale. Ma gli americani iniziano a storcere il naso

di Cristiana Flaminio -


Le Midterm più ricche di sempre ma ora negli Usa si torna a parlare di pluralismo. Dollari come se piovesse sui candidati, sui partiti. I miliardari si fanno la guerra. Elon Musk ha buttato sul piatto quasi mezzo miliardo, 446 milioni di dollari. Dall’altra parte, la famiglia Soros regge il banco con 103 milioni di dollari. Le stime delle midterm più ricche di sempre dicono che solo i primi 50 finanziatori hanno già speso qualcosa come tre miliardi di dollari. Non si tratta di denari buttati lì, alla rinfusa. Ma di investimenti, precisi e mirati basati su strumenti altrettanto precisi e mirati: Pac e SuperPac.

SuperPac: le sentenze che hanno tolto ogni limite

In un sistema di common law come quello americano, è la giurisprudenza a fare le regole. E sono state proprio due sentenze della Corte Suprema (sui casi Citizens United-Fec nel 2010 e McCutcheon-Fec di quattro anni dopo) a rimuovere, sostanzialmente, ogni limite possibile alle donazioni effettuabili da aziende ed enti giuridici e persone fisiche. Da queste pronunce nacquero i SuperPac. L’evoluzione dello strumento dei comitati di azione politica. Non possono donare, a differenza dei Pac, direttamente a un candidato. Ma riescono a fare benissimo tutto il resto. Dietro la schermatura dell’indipendenza formale, si riuniscono attorno a tesi, programmi precisi, azioni politiche. I candidati che accettano di farsene promotori accedono ai loro denari. Va da sé, dunque, che ai politici occorre valutare molto bene cosa infilare, e cosa no, nel proprio manifesto elettorale. Scegliere le proposte adatte consente di bussare alle porte giuste e di ottenere fiumi di finanziamenti.

Il nodo del pluralismo

Certo, ciò fa sorgere più di un dubbio sulla reale indipendenza dei candidati e sul potere dei più ricchi di fare le fortune di partiti, movimenti e comunità. Al punto che il 74% degli americani ritiene che il denaro inizi a rappresentare un problema (serio) per la democrazia. Questo non è un tema peregrino, anzi. Ne parlano tutti. Su ogni media, in ogni università. Su questo, va detto, noi siamo un po’ più avanti. Ed è proprio per questo se in Italia vigono regole differenti. Sia chiaro, pure noi facciamo ricorso ai finanziamenti privati ma con norme più stringenti. Per dire, le donazioni ai partiti non possono valere più di 100mila euro l’anno. E, dopo tante (inutili) polemiche, s’è trovato il modo di affidare (un po’ come accadde già in America negli anni ’70) alla volontà stessa dei cittadini il reperimento di risorse pubbliche da ricondurre ai partiti. Con lo strumento, tra gli altri, del due per mille.

La lezione italiana

L’obiettivo è quello di garantire una certa equità e, soprattutto, di mantenere in vita il pluralismo delle idee e dei territori. Lo stesso, identico, principio che è alla base del contributo pubblico ai giornali. E che è garantito direttamente della Costituzione, proprio per evitare che siano le distorsioni economiche (e le boutade populiste eterodirette che ciclicamente infestano la discussione) a decidere gli indirizzi (e i punti cardine) del dibattito pubblico. Perché il dibattito e l’agorà pubblica devono essere accessibili a tutti e non solo ai ricchi.

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