Armando Forgione e il frate errante: “Anche io ho dovuto lasciare il mio paese”
Il prefetto ha presentato a Roma “ARRIVEDERCI, MA QUANDO…” e si è raccontato a L'identità
Lunedì 2 novembre la Mondadori Bookstore della Galleria Alberto Sordi, a Roma, ha ospitato la presentazione di “Arrivederci, ma quando… Memorie di un frate errante”, il romanzo storico che il prefetto Armando Forgione, Direttore Centrale per le Risorse umane del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ha pubblicato con Armando Curcio Editore nella collana “Tracce dal passato”.
A dialogare con l’autore è stato Piergiorgio Assumma. Dopo le tappe di Avellino, a settembre, alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e di Chieti, a metà ottobre, il libro è arrivato nella Capitale con una storia di partenze e di attese che Forgione sente profondamente sua. “Quello che nel libro cerco di affermare è che anche io ho dovuto lasciare il mio paese”, ha spiegato a L’identità, riferendosi a Carife, in provincia di Avellino.

Il terremoto e la casa distrutta
Il distacco risale a più di quarant’anni fa. “Nel 1980 il terremoto ha fatto crollare la casa della nonna paterna e quindi noi non siamo potuti più ritornare in quel paese, se non per andare al cimitero a salutare i defunti”, ha raccontato. Un pensiero che lo ha accompagnato per tutta la stesura del libo: “Quando la scrivevo pensavo a questo fatto e l’ho voluto riportare nel libro come mia considerazione personale”. All’inizio, ha spiegato il prefetto, gli era stato chiesto di raccontare soprattutto la propria storia, ma alla fine ha prevalso un’altra scelta: “È stato giusto che si incentrasse sul protagonista principale”.
Un frate in fuga dal nuovo Stato
Il protagonista è Fra’ Vitantonio da Carife, al secolo Gianfilippo Carsillo, nato nel 1842 nel piccolo borgo della Baronia e zio del bisnonno dell’autore. La sua vicenda è riemersa da un fascio di lettere che la nonna di Forgione consegnò al nipote circa vent’anni fa.
Da quei fogli è nato un romanzo che intreccia la narrazione con vicende realmente vissute. Con l’arrivo dei piemontesi nel Mezzogiorno, il nuovo Stato cancellò le prerogative che frati e prelati avevano avuto nel Regno delle Due Sicilie. “Tra i privilegi c’era anche quello dell’esenzione dal servizio di leva”, ha ricordato l’autore. Il giovane, che stava per prendere i voti, fu condotto a Roma dalla casa generalizia del suo ordine, al riparo dello Stato pontificio. Secondo le memorie conservate a Carife, già nel 1863 risultava renitente alla leva e ricercato.
Da Roma alla Dalmazia, lettere lunghe decenni
Con la breccia di Porta Pia, nel 1870, anche Roma passò al Regno d’Italia e il rifugio smise di essere sicuro. “Era un disertore e quindi sarebbe stato arrestato”, ha sintetizzato Forgione. Nel frattempo aveva preso i voti e i superiori del suo ordine lo trasferirono prima in Veneto e poi in Dalmazia, sull’altra sponda dell’Adriatico, all’epoca sotto l’Impero austro-ungarico.
Le lettere scambiate con la famiglia per decenni – proseguite anche dopo il rientro – permettono oggi di seguirne le tappe, le speranze e soprattutto, la nostalgia. A riportarlo a casa, sul finire dell’Ottocento, fu un’amnistia che Pasquale Stanislao Mancini, giurista e già più volte ministro del Regno, nato nella confinante Castel Baronia, aveva preannunciato ai familiari. Solo allora il frate poté riabbracciare l’anziano padre.
Le radici e il servizio allo Stato
Il titolo, sospeso tra un saluto e una domanda, racchiude l’incertezza di chi parte senza sapere se e quando tornerà. Una condizione drammatica che le aree interne dell’Irpinia – segnate dallo spopolamento – conoscono ancora oggi.
Originario di Teano, nel Casertano, figlio di genitori irpini e laureato in Giurisprudenza, Forgione ha trascorso gran parte della carriera nella Polizia di Stato, dirigendo tra l’altro l’Ispettorato di pubblica sicurezza presso il Senato e la Direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali.
Dal 2020 al dicembre 2022 ha guidato la Prefettura di Chieti, suo primo incarico da prefetto, ricevendo la cittadinanza onoraria di Vasto, prima di rientrare a Roma, al ministero dell’Interno, con incarichi di vertice nella gestione del Personale della Polizia di Stato.
Con questo libro un servitore dello Stato restituisce voce e ricordi a chi, dallo Stato appena nato, fu costretto a fuggire. E ricorda che ogni “arrivederci” pronunciato da chi parte, porta con sé una domanda che, talvolta, resta senza risposta per tutta una vita.
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