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Politica

A Montecitorio in scena il solito teatrino: applausi, sospensioni e moralismi a intermittenza

di Eleonora Manzo -


C’è una sorta di sindrome dell’aula. Colpisce certi deputati come un’allergia stagionale: non appena la Presidente del Consiglio prende la parola, scatta la crisi di nervi collettiva. Ieri a Montecitorio se n’è avuto l’ennesimo saggio, con Giorgia Meloni che offre un’informativa istituzionale e le opposizioni che ne approfittano per inscenare il consueto cabaret dell’indignazione. D’altra parte – si sa – quando non c’è un argomento valido, c’è sempre la polemica sul nulla.

Stavolta la scintilla, tra le altre, è stata l’eco di un episodio già vecchio di qualche giorno, quello della sospensione inflitta ad alcuni deputati che avevano deciso di ‘occupare’ la sala stampa della Camera, impedendo una conferenza con esponenti di CasaPound. Una trovata più da liceali annoiati che da rappresentanti delle istituzioni. Ma per certi banchi, quella sospensione non è una sanzione, bensì la prova provata del fascismo montante: se rispetti il regolamento parlamentare, allora dev’essere per forza un colpo di Stato.

Così, nella bolgia, s’è tornati sul tema come se il Paese non avesse altro a cui pensare. C’è chi ha tuonato contro l’autoritarismo di FdI, chi ha invocato la ‘libertà d’espressione’ dei contestatori (non di chi voleva parlare), e chi – più creativamente – ha messo insieme l’occupazione della sala stampa con i fantasmi del Ventennio. Una fantasia storica che meriterebbe almeno la standing ovation del buon senso, se non fosse che di buon senso, nei corridoi, se ne scorge sempre meno.

Nel frattempo, dagli scranni, sono volate parole grosse. Qualcuno – nell’ebbrezza dell’adrenalina parlamentare – è arrivato a minacciare fisicamente il deputato Donzelli, colpevole di difendere il regolamento e di ricordare che l’Aula non è una piazza da comizio permanente. Episodi che dovrebbero far arrossire anche i più navigati professionisti della retorica d’opposizione: perché una cosa è dissentire, altra è alzare i toni fino a sdoganare un linguaggio che nulla ha a che fare con la dialettica democratica.

E mentre la Premier terminava il suo intervento con la calma che il ruolo impone, attorno a lei si consumava il solito teatrino del ‘noi contro loro’: laggiù chi applaude, quassù chi fischia, e fuori da Montecitorio un Paese che osserva, magari chiedendosi quando la politica tornerà a occuparsi di qualcosa di reale.

Il punto, in fondo, è semplice: i regolamenti esistono per essere rispettati, non reinterpretati a seconda delle convenienze ideologiche. E chi siede in Parlamento dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Le sospensioni non sono ritorsioni, ma atti dovuti verso chi pensa che occupare una sala stampa sia un gesto romantico di resistenza civile.

L’opposizione, invece, continua a confondere la fermezza con l’arroganza, il rispetto delle regole con la censura. Poi, terminato lo show, resta soltanto il rumore di fondo: quello delle solite polemiche riciclate, buone per un titolo ma non per il Paese. Un chiacchiericcio da palude istituzionale che finisce sempre allo stesso modo – tra applausi fuori tempo massimo e un sipario che cala su una scena già vista troppe volte.


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