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Addio a Bracardi, genio anarchico e mille maschere

Ha trasformato il nonsense e l'improvvisazione in una raffinata satira di costume

di Angelo Vitale -


L’addio a Giorgio Bracardi: il genio anarchico che rivoluzionò il linguaggio della radio e della tv italiana.

Addio a Giorgio Bracardi

La scomparsa dell’artista romano segna la fine di un’epoca. Creatore di maschere indimenticabili come Scarpantibus e Max Vinella, Bracardi ha trasformato il nonsense e l’improvvisazione in una raffinata satira di costume.

Il mondo dello spettacolo italiano piange la scomparsa di Giorgio Bracardi, attore, comico, cabarettista, cantautore e compositore nato a Roma il 3 maggio 1933 e spentosi oggi a Fiano Romano.

Crebbe in un ambiente familiare intriso d’arte: la madre soprano, il padre tenore e tra i primi gestori dello storico Salone Margherita di Roma, il fratello Franco anch’egli pianista e attore. Da qui, sviuppò fin da giovanissimo un solido talento musicale.

Negli anni Sessanta lavorò come pianista e compositore per la Rca, firmando persino brani per il Festival di Sanremo. Tuttavia, fu l’incontro con la radio e la comicità a rivelare la sua autentica e dirompente natura artistica.

La rivoluzione radiofonica di Alto gradimento

La svolta epocale avvenne il 7 luglio 1970 con il debutto di Alto gradimento, la storica trasmissione di Rai Radio 2 ideata e condotta insieme a Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Mario Marenco.

Il programma scardinò completamente i canoni gessati della radiodiffusione dell’epoca, introducendo la totale assenza di un filo logico, l’uso estemporaneo di effetti sonori e un ritmo febbrile basato sul “jazz della parola”.

In questo spazio surreale prese vita la straordinaria galleria di maschere grottesche concepita da Bracardi.

Le maschere

Su tutte spicca Scarpantibus, l’improbabile “uccellaccio del Nicaragua” munito di scarponi anfibi militari privi di stringhe, capace di esprimersi solo con versi e vocalizzi disarticolati.

A lui si affiancarono personaggi diventati veri e propri fenomeni di costume. Dall’ingenuo e sfacciato giornalista di cronaca nera Max Vinella («Chiàppala! Chiàppala! Pà! Pà!») all’esaltato ex federale fascista Ermanno Catenacci con le sue veementi narrazioni del Ventennio («e giù manganellàtte!»).

Dall’ipocondriaco capotecnico Rai Dottor Marsala, perennemente afflitto da «dei dolori e un cerchio alla testa» al filosofo-farmacista Dottor Onorato Spadone, convinto che «l’uomo è una bestia!». Fino al Maestro Benito Cerbottana, “l’uomo di Via Veneto” nostalgico della Dolce Vita.

Una trasmissione che prosegui con enorme successo attraverso edizioni e spin-off storici come Radio Trionfo e No, non è la Bbc.

Dalla televisione al cinema: il maestro dello spontaneo

L’uragano comico di Bracardi non tardò a conquistare anche il piccolo e il grande schermo. In televisione partecipò a format innovativi come Tutti insieme compatibilmente (1979) con Nanni Loy, lanciando il celebre tormentone del Prof. Marcellini («Chettefrega? Chettefrega?») e Pranzo in TV (1984) con Luciano Rispoli.

Il coronamento televisivo arrivò nel 1985 con il cult Quelli della notte di Renzo Arbore su Rai 2, un salotto notturno fondato sulla pura improvvisazione e sul situazionismo.

Negli anni successivi fu tra i volti di Pronto, chi gioca? (1987), condusse Chiappala chiappala (1989). E approdò perfino nel 1995 a Striscia la notizia nei panni di Lucio Smentisco, fittizio e rumoroso portavoce politico.

Partecipò inoltre a Stracult (2001) e prestò la voce al personaggio animato Cattivik nel 2008.

Parallelamente sviluppò una prolifica carriera cinematografica con 14 pellicole all’attivo, tra cui commedie popolari come Patroclooo!… e il soldato Camillone (1973), Vinella e Don Pezzotta (1975), I carabbinieri (1981), Banana Joe (1982) al fianco di Bud Spencer e Mi faccia causa (1984).

Il peso sul costume e l’eredità culturale

L’impatto di Giorgio Bracardi sulla cultura di massa italiana è stato profondo e duraturo. Prima ancora che la satira politica diventasse un genere codificato, Bracardi ridicolizzò le nevrosi della società italiana, la rigidità del burocratese e il conformismo dei media tradizionali.

Il suo stile parodistico e l’uso spregiudicato del nonsense hanno spianato la strada a intere generazioni di comici. E dimostrato come la comicità demenziale potesse trasformarsi in un’acuta e irresistibile lente d’ingrandimento sui vizi della nazione.

Con la sua scomparsa, l’Italia perde un pilastro dello spettacolo. Ma le sue maschere e i suoi tormentoni rimarranno per sempre scolpiti nella memoria collettiva.

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