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Attualità

Ai Act, la svolta anzi nì: la Germania dà le carte

Il nodo data center: i progetti ci sono, manca l'energia per alimentarli

di Maria Graziosi -


L’Europa riesce a perdere tempo pure sull’Ai Act. Formalmente, al centro dell’ennesimo rinvio, ci sarebbe un’intesa finalmente raggiunta dai negoziatori del Consiglio Europeo e quelli dell’Eurocamera di Strasburgo. Tutte le attenzioni sono rivolte al caso dei casi, ossia agli algoritmi in grado di “spogliare” le foto. L’ultima, solo in senso cronologico, a inciampare dentro le foto fake in atteggiamenti osé è stata la premier italiana Giorgia Meloni. Che, scherzandoci su, ha ribadito la gravità (non solo potenziale) che certi programmi possono avere sulla vita delle persone.

L’Ai Act e il tempo perduto

Il dibattito, almeno a livello di mainstream, si concentrerà su questo. Ma nelle pieghe della vicenda c’è (ben) altro. Infatti, come riferisce Politico, sull’Ai Act c’è un braccio di ferro in corso. Berlino infatti vorrebbe sfrondare le norme del regolamento di Semplificazione omnibus sul digitale. Le sue aziende, a cominciare da Siemens, non hanno mai nascosto lo scetticismo rispetto alle normative Ue. Più che aiutare, infatti, seminerebbero ulteriore burocrazia su un campo in cui il resto del mondo corre mentre l’Europa si accontenta di legiferare. L’accordo si sarebbe trovato intorno a una serie di “garanzie accessorie” in cambio delle quali gli altri Paesi Ue contrari alla proposta tedesca (ce ne sarebbero una decina) avrebbero accettato di estendere di un ulteriore anno l’esenzione dell’applicazione dell’Ai Act sui macchinari e più in generale sull’industria. Alla fine, si sa. È inutile resistere, chi ha il pallino in mano, in Europa, è sempre la Germania.

Il nodo data center

Ma un’altra tempesta presto potrebbe abbattersi, stavolta sulla Commissione Ue. In ballo c’è la questione dei data center. Ursula punta tutto sulle gigafactory e ha messo sul tavolo già una ventina di miliardi. Il problema non è più chiedersi se basteranno e neanche domandarsi dove sorgeranno queste strutture e cosa ne diranno le comunità locali. Il tema, oggi, sarebbe quello di domandarsi a cosa potrebbero servire dal momento che, a fronte delle strutture, non ci sarebbe chi può utilizzarle. E, soprattutto, mancherebbe l’energia utile a farli funzionare. Solo ora, evidentemente, a Bruxelles hanno scoperto che si tratta di strutture energivore e che adesso, coi prezzi che ci sono e (soprattutto) le penurie paventate nei rifornimenti, si rischia davvero grosso. E cioè di costruire delle vere e proprie cattedrali nel deserto energetico del Vecchio Continente.


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