L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Caso Garlasco, un unicum che suona come un paradosso

di Giuseppe Ariola -


Non ci stancheremo mai di dirlo: meglio un colpevole a piede libero che un innocente in galera. Di certo, si può pensarla in modo diverso da così, si può addirittura privilegiare un punto di vista contrario. Ma quello che non si può fare è tenere in carcere qualcuno che, come Alberto Stasi, non è stato condannato oltre ogni ragionevole dubbio. Questo non è un punto di vista, un modo di intendere la giustizia o un braccio di ferro tra innocentisti e colpevolisti. Questo è un principio di civiltà giuridica scritto nero su bianco nel nostro codice di procedura penale. E’ una regola dell’ordinamento italiano che, come appare ormai evidente, nel caso della verità giudiziaria del delitto di Garlasco non è stata rispettata. Senza dubbio non lo è oggi. E, può piacere o meno, la discussione non è sulla colpevolezza o sull’innocenza dell’allora fidanzato di Chiara Poggi.

Le criticità della condanna di Stasi

Non è neanche sul coinvolgimento o meno del nuovo indagato dalla procura di Pavia, Andrea Sempio. Il punto nodale è e resta che Alberto Stasi non è stato condannato oltre ogni ragionevole dubbio. E se per qualcuno due sentenze di assoluzione non hanno rappresentato elementi sufficienti per evitargli una successiva controversa condanna, adesso c’è un elemento nuovo dinanzi al quale è pressocché impossibile non ravvedere tutte le criticità di un esito giudiziario che grida vendetta. Non serve essere giuristi o addetti ai lavori per capire che se per il medesimo omicidio per il quale c’è un condannato in via definitiva spunta il nome di un altro possibile colpevole – che avrebbe operato da solo – si pone quantomeno un ragionevole dubbio sulla colpevolezza del primo. E questo, è bene ribadirlo, al di là delle eventuali responsabilità di Sempio, ancora tutte da dimostrare.

Tra logica e iter giudiziari

Il punto è che c’è chiaramente un dubbio su chi abbia ucciso Chiara Poggi. C’è sempre stato e, paradossalmente, più passa il tempo e più incertezza e interrogativi aumentano. Nel frattempo, Stasi è in carcere da dieci anni. E la cosa più assurda è che ci rimarrà ancora del tempo, tanto o poco che sia. Perché una cosa è la logica, un’altra sono gli iter giudiziari. L’annullamento della condanna deve infatti passare necessariamente per una revisione della sentenza di colpevolezza, nonostante per il medesimo omicidio ci sia adesso un nuovo indagato. Allo stato, quindi, non è più neanche sufficiente il dubbio sulla sua colpevolezza. Sarebbe bastato prima della condanna, anzi, avrebbe dovuto costituire le basi di un’assoluzione, ma oggi è irrilevante. All’epoca è stato colpevolmente ignorato, adesso è insufficiente a tirarlo fuori di galera.

Alberto Stasi e il ragionevole dubbio che diventa paradosso

Una situazione surreale, ma anche parecchio ingarbugliata dal punto di vista giuridico, che rappresenta – per fortuna – un unicum sorto però non a caso, ma scaturito da un percorso giudiziario viziato da una condanna che non ci sarebbe dovuta essere. Per la revisione, in sostanza, occorre presentare nuove prove – ma non basta “una diversa valutazione delle prove assunte nel precedente giudizio” – o dimostrare che la condanna sia basata su atti o fatti falsi. Come in questo contesto si inserisca l’ormai scontata richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio è tutto da vedere. Costituirebbe di per sé una nuova prova? E la differente dinamica dell’omicidio che sembrerebbe emergere dalle nuove perizie? L’unica triste certezza è che un possibile innocente si trova in carcere. Un’aberrazione non solo per il nostro sistema penale, ma più in generale per lo stesso concetto di giustizia.


Torna alle notizie in home