Altro che divieti, per l’intelligenza artificiale ci vuole subito un’architettura regolatoria
La tecnologia corre, il potere si concentra, la politica discute. È una sequenza che abbiamo già visto e che non possiamo permetterci di ripetere con l’intelligenza artificiale. È in gioco il controllo di una tecnologia destinata a entrare nella produzione, nel lavoro, nella conoscenza, nell’informazione, nei servizi e nei processi decisionali. Chi possiederà l’IA possiederà una quota crescente della capacità di orientare la società.
Per questo la domanda non è se regolamentare, ma quando. E il quando è adesso. Se i poteri pubblici arriveranno dopo che dati, infrastrutture, modelli e capacità di calcolo saranno concentrati nelle mani di pochi soggetti, la regolazione rischierà di ridursi alla certificazione di rapporti di forza già consolidati. La politica deve impedire che il fatto tecnologico diventi fatto compiuto.
Non serve uno Stato che pretenda di sostituirsi all’impresa. Serve uno Stato abbastanza autorevole da equilibrare il potere privato derivante dal possesso della tecnologia con un potere pubblico di controllo e garanzia. Nel nostro caso Nazione ed Europa devono agire subito.
Il mercato può accelerare l’innovazione; non può essere incaricato di stabilire da solo quali conseguenze sociali siano accettabili. La libertà economica è una forza preziosa finché non diventa sovranità privata.
Occorre dunque una vera architettura regolatoria dell’IA, non una collezione di divieti. Proprietà e uso dei dati, trasparenza, concorrenza, sicurezza, responsabilità, accesso alle infrastrutture strategiche devono entrare in un disegno unitario. E a un principio bisogna dare concretezza: una parte della ricchezza prodotta dall’IA deve finanziare la capacità della società di governarne gli effetti.
Una quota dei proventi generati dalle attività legate all’IA dovrebbe alimentare fondi destinati a tre obiettivi. Il primo è una alfabetizzazione nazionale sull’intelligenza artificiale. Non possiamo avere cittadini circondati da algoritmi che decidono e producono senza sapere come funzionano, quali interessi incorporano e dove possono sbagliare. L’ignoranza tecnologica è ormai una forma di debolezza democratica.
Il secondo obiettivo è la formazione permanente dei lavoratori. Non qualche corso occasionale per accompagnare una ristrutturazione, ma un diritto alla conoscenza permanente. Se l’IA distrugge mansioni e ne crea altre, il costo della transizione non può essere scaricato sull’individuo. Chi trae profitto dall’accelerazione tecnologica deve concorrere a finanziare la possibilità di attraversarla.
Il terzo è un nuovo welfare della transizione: politiche attive, sostegno nei passaggi occupazionali, riqualificazione, servizi che consentano alle persone di cambiare lavoro senza precipitare nell’insicurezza. Un welfare che abiliti, non che parcheggi.
Ma c’è un punto ancora più delicato. I lavoratori delle imprese che progettano e producono sistemi di IA non possono essere considerati semplici esecutori di decisioni prese altrove. Devono avere spazi di informazione, consultazione e partecipazione sulle scelte sull’organizzazione del lavoro e sulle conseguenze sociali delle tecnologie. La partecipazione non è un residuo del Novecento: diventa un istituto moderno di responsabilità.
E le parti sociali? Non possono attendere la legge. Sindacati e organizzazioni datoriali hanno il diritto e il dovere di costruire nuove architetture contrattuali. Servono regole per chi lavora nelle aziende che producono IA e per chi opera nelle imprese che la utilizzano: formazione, professionalità, tempi, controllo umano, valutazione algoritmica, redistribuzione degli incrementi di produttività, partecipazione e tutela della persona devono diventare materia negoziale.
Il punto politico è semplice, duro: non possiamo socializzare i costi della trasformazione e privatizzarne i benefici. Sarebbe economicamente miope e democraticamente pericoloso.
La super-intelligenza, se arriverà, non chiederà permesso alle nostre lentezze istituzionali. Perciò la politica deve recuperare una parola che sembra avere dimenticato: anticipare. Conoscere prima, decidere prima, costruire istituzioni prima che interessi privati legittimi diventino poteri irreversibili. È qui che si misura ora la responsabilità delle istituzioni democratiche.
Non si tratta di fermare l’IA. Si tratta di stabilire chi governerà chi. Se la democrazia rinuncia oggi a costruire regole, cultura, partecipazione e redistribuzione, domani potrebbe scoprire di poter discutere moltissimo e decidere pochissimo.
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