Prendeteli e buttate la chiave
Gli scontri avvenuti a Torino durante il corteo pro Askatasuna riaccendono una questione sempre più centrale nel dibattito politico. Il confine tra diritto di manifestare e la degenerazione violenta e organizzata che sempre più spesso accompagna i cortei. Il centro cittadino di Torino si è trasformato ancora una volta in un teatro di guerriglia urbana. Vetrine infrante, cassonetti incendiati, forze dell’ordine aggredite. Un copione già visto, che alimenta rabbia e una sensazione diffusa di impotenza. Tanto più dopo aver visto le immagini di un poliziotto vilmente pestato da un gruppo di criminali. Perché è questo quello che sono. E pensare che la manifestazione era stata organizzata per denunciare misure ritenute repressive nei confronti del centro sociale Askatasuna.
Serve la linea dura
Fin dalle prime battute del corteo pro Askatasuna una frangia ha scelto la via degli scontri: volti coperti, bastoni, fumogeni e lanci di oggetti contro la polizia hanno reso immediatamente evidente che nulla c’era di pacifico in quella protesta. Askatasuna non è nuova a questo tipo di tensioni. Da anni il suo nome è associato a mobilitazioni che troppo spesso degenerano in violenze. E adesso la misura è colma. Dopo le immagini di sabato si è intensificata la richiesta di una linea dura, senza alcun distinguo, verso chi trasforma le piazze in campi di battaglia. Condanne politiche e stigmatizzazione non bastano più. Perché quando la protesta diventa sistematicamente violenta, la soglia della tollerabilità è superata. Quando un giovane poliziotto finisce nelle grinfie di un gruppo di violenti che lo prende a martellate, non c’è più spazio per le chiacchiere.
Gli scontri al corteo pro Askatasuna non sono una novità
Senza contare che a Torino residenti e commercianti si ritrovano orami ostaggio di dinamiche violente ogni qual volta Askatasuna organizza una manifestazione. Le immagini delle strade devastate e dei poliziotti feriti alimentano una percezione di insicurezza che sembra essere ormai diventata permanente. La città è ostaggio di un centro sociale che parla un unico linguaggio, quello della violenza. Ed è arrivato il momento di dire basta. Le istituzioni sono chiamate a scegliere una volta per tutte: continuare con una gestione emergenziale, oppure affrontare il nodo con decisioni, sia politiche che giudiziarie, nette e definitive. Se il diritto a manifestare è uno dei pilastri della democrazia, la sua degenerazione in violenza organizzata non può essere normalizzata. Va repressa. Perché tra tolleranza e impunità c’è una differenza netta. E Torino lo ha ricordato, ancora una volta, nel modo più duro.
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