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Esteri

Guerra nel Golfo, il ruolo dell’Arabia Saudita

di Redazione -


di Paolo Giordani*

La partecipazione dei sauditi all’attacco americano contro le milizie filo-iraniane in Iraq non è soltanto il segno dell’espandersi del conflitto, ma evidenzia il ruolo, di primo piano, che il regno wahabita si sta cautamente ritagliando nel riassetto del Medio Oriente e della regione del Golfo.

Il pugno di ferro saudita tra Yemen e Iraq

Nella prima fase della guerra, avviata da Trump il 28 febbraio scorso, i sauditi, come e forse più delle altre monarchie dell’area, sono stati bersaglio delle rappresaglie iraniane, che hanno colpito basi americane ma anche infrastrutture petrolifere. Quella postura prudente, e forse troppo passiva nel suo pragmatismo, oggi appare superata, sul piano militare e diplomatico.

Ben attenta a non precipitare all’improvviso in una “guerra totale”, l’Arabia Saudita, superpotenza finanziaria, è uno dei paesi al mondo che spende di più per la difesa (circa il 7 per cento del Pil) ed è quindi dotata di uno strumento militare di prim’ordine: armi offensive e difensive di fabbricazione americana che ora non esita ad usare. Riyadh prima ha ripreso l’iniziativa contro i vecchi nemici, gli Houthi sciiti che controllano tre quarti dello Yemen, con un raid sull’aeroporto di Sana’a che ha riacceso il conflitto “dormiente” dal 2022.

Per tutta risposta gli Houthi hanno annunciato un blocco marittimo contro le navi saudite nello stretto di Bab-el-Mandeb e sono passati ai fatti colpendo due petroliere con missili e droni. Non si è fatta attendere la rappresaglia saudita sulla provincia di Hodeidah e l’isola di Kamaran.
Inoltre, l’altro giorno l’aviazione del Regno, insieme con gli americani, ha preso di mira anche le milizie filo-iraniane in Iraq, accusate di aver lanciato droni contro gli impianti petroliferi sauditi, ed ha avvertito che “risponderà ad ogni aggressione”. La visita in Arabia Saudita del premier iracheno Al-Zaidi è stata rinviata a data da destinarsi.

L’accordo nucleare con gli USA e il tabù infranto

Il pugno di ferro militare è l’altra faccia di un’attività diplomatica sempre più intensa, culminata con la firma dell’accordo trentennale con gli Stati Uniti, giustamente definito “storico” dalla stampa internazionale, per lo sviluppo del nucleare civile. L’intesa dovrebbe soddisfare il fabbisogno energetico del Regno, “liberando” petrolio per l’esportazione e assegnando alle imprese americane del settore un posto di assoluta preminenza nel Paese, che né Cina né Russia, pur vantando buoni rapporti con Riyadh, potranno immaginare di scalzare.

I documenti però non sono pubblici e vi sono fondate ragioni di ritenere che il know-how assicurato ai sauditi includa anche le basi di un programma militare: sarebbe la caduta di un antico tabù, la fornitura di tecnologia agli arabi con il rischio di alimentare la proliferazione nucleare in una delle aree più “calde” del globo.
Non a caso, per tranquillizzare il Congresso, dove le voci ostili non mancano, e soprattutto Tel Aviv, il presidente Trump si è affrettato a precisare che l’entrata in vigore dell’accordo è subordinata alla piena accettazione degli “accordi di Abramo”, mediati dagli Stati Uniti per normalizzare i rapporti tra Israele e almeno una parte del mondo arabo. Su questo, per il momento, l’Arabia saudita mantiene una riserva importante: chiede garanzie su un percorso che porti effettivamente alla creazione di uno Stato palestinese.

Vision 2030 e la “NATO islamica”: la posta saudita

L’intesa conferma la collocazione tradizionale (dal 1945) sotto l’ombrello americano, ma non contraddice una politica di buoni rapporti con le altre superpotenze (la Cina, tanto per dirne una, è il principale acquirente di petrolio saudita e il primo partner commerciale) che dovrebbe contribuire a contrastare l’influenza iraniana e a garantire stabilità. Quella stabilità di cui ha assoluto bisogno Vision 2030, il gigantesco progetto di trasformazione economica concepito dal principe Mohammed bin Salman.

Se l’accordo con gli USA sul nucleare entrerà in vigore, la posizione dell’Arabia saudita si rafforzerà anche rispetto all’ipotetica (per ora) creazione della cosiddetta “NATO islamica” con Turchia e Pakistan: un pilastro di sicurezza “autonomo” nel mondo musulmano. Completa il quadro delle iniziative saudite l’invito rivolto in queste ore a una cinquantina di Paesi, tra cui l’Italia, la Francia e la Germania, ad entrare in una coalizione internazionale per garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso. Egitto, Gibuti e Sudan, secondo l’emittente qatariota Al Jazeera, avrebbero già aderito. È evidente il comune interesse, ma l’adesione del nostro Paese potrebbe essere subordinata ad una decisione europea.

Mentre il conflitto USA-(Israele)-Iran tende ad espandersi, com’è generalmente nella natura di ogni guerra, non è chiaro quali effetti possa avere, nell’immediato, una postura più aggressiva dell’Arabia saudita: più efficace contenimento dell’Iran e dei suoi proxy o seme di ulteriori escalation?

*Presidente dell’Istituto diplomatico internazionale

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