Il suicidio elitista della sinistra
Stefano Bonaccini. ©ANSA
La recente sortita di Stefano Bonaccini, che attribuisce il consenso alla destra al presunto scarso livello di istruzione degli elettori, non rappresenta soltanto uno scivolone verbale estrapolato dal contesto; essa svela, con drammatica chiarezza, una profonda crisi sociologica e culturale della classe dirigente progressista.
Il punto centrale non è tanto la gaffe in sé, quanto ciò che essa dimostra circa la natura profonda di chi oggi guida la sinistra. Ci troviamo davanti ad un ceto politico irrimediabilmente elitista, convinto di appartenere ad una casta di illuminati o di funzionari cooptati in base alla superiore intelligenza dalle alte sfere, persino più autoreferenziale e distante dal paese reale di quanto lo fosse la nomenklatura sovietica degli ultimi decenni.
I dirigenti odierni parlano continuamente degli ultimi, ma li hanno dimenticati; li evocano come categoria astratta, salvo poi giudicarli e, nei fatti, disprezzarli non appena manifestano scelte politiche difformi. Ben diverso era l’approccio della sinistra ai tempi di Berlinguer, il quale guardava a quel popolo con rispetto e con una prospettiva di riscatto.
C’è chi non ha potuto studiare perché non aveva i mezzi economici; c’è chi ha dovuto rinunciare ai libri per mantenere la famiglia; c’è chi si è trovato imbrigliato in circostanze avverse; c’è chi ha subito un retaggio culturale familiare limitante o chi è stato travolto dai drammi della vita.
Una volta la sinistra aveva la prospettiva di rappresentare queste persone per elevarle, non per compatirle; le considerava il cuore pulsante della nazione, non una massa ignorante da rieducare.
Da immigrazione a sicurezza: la cecità della sinistra
La seconda e ancor più grave incapacità dell’attuale dirigenza della sinistra, risiede nella totale cecità di fronte ai grandi mutamenti geopolitici e sociali globali. Basterebbe leggere con attenzione i saggi del professor Ricolfi per comprendere le ragioni profonde che hanno spinto ampi settori dell’elettorato tradizionale della sinistra a spostarsi verso destra; eppure, si preferisce liquidare ogni fenomeno sociologico con la scorciatoia della demonizzazione.
Si guardi, ad esempio, alla questione dell’immigrazione incontrollata. La sinistra continua a discuterne da una prospettiva elitista tipica dei salotti bene, dipingendo chi esprime disagio come un cittadino egoista ed insensibile. La realtà, ben diversa e ben più aspra, è che i clandestini e i disagi dell’accoglienza disordinata vengono scaricati sistematicamente nelle periferie; a subire le conseguenze dell’insicurezza e del degrado non sono i benpensanti protetti da recinti di tre metri e da agenzie di vigilanza privata, nei quartieri esclusivi; ma i cittadini comuni, quelli che affollano autobus e metropolitane in periferia.
Lo stesso cortocircuito si registra sul tema della sicurezza. Perché garantire ordine e dare poteri effettivi alle forze dell’ordine non significa voler bastonare i poveri, bensì impedire quei furti e quelle violenze che colpiscono sempre i più deboli, incapaci di difendersi.
Questa miopia impedisce alla sinistra di comprendere i fenomeni epocali che hanno condotto alle vittorie di Donald Trump negli Stati Uniti, al trionfo di Giorgia Meloni in Italia, all’ascesa di Javier Milei in Argentina o allo slancio fortissimo di Marine Le Pen verso l’Eliseo.
Invece di analizzare la realtà con onestà intellettuale, la si demonizza per manifesta incapacità di affrontarla!
Bonaccini, Schlein e la stessa superbia di sempre
Una cecità che trova la sua sintesi plastica nella figura della segretaria Elly Schlein, espressione di un mondo radical-chic totalmente avulso dalla concretezza materiale del lavoro, e dalle difficoltà quotidiane del sottoproletariato moderno.
Schlein ha conquistato la guida del partito battendo lo stesso Bonaccini alle primarie con i medesimi argomenti formali, indicandolo come il volto di un vecchio apparato lontano dai problemi; eppure, si tratta di giovani dirigenti che replicano esattamente gli stessi difetti di fondo dei predecessori che criticano, portando soltanto alle estreme conseguenze certe battaglie ideologiche e conservando intatta la stessa superbia. Non sorprende affatto, dunque, che Bonaccini possa serenamente presiedere quello stesso partito.
Di fronte a questa deriva, torna alla mente l’amarezza di una storica militante della sinistra, la quale, durante il celebre e discusso incontro di pugilato olimpico in cui un’atleta donna si è trovata a fronteggiare una rivale con una struttura fisica maschile, osservava attonita la gioia della sinistra progressista per la presunta affermazione dell’uguaglianza. In un commento affidato ai social network, quella donna scrisse parole illuminanti: “Ora devo vedere la mia sinistra gioire perché un uomo picchia una donna”.
Commenti come questo vengono bollati in maniera sbrigativa, dalla nomenclatura dem come omofobi, ignoranti, sessisti, criminali e fascisti. Eppure a pronunciarlo è stata una donna di sinistra, che oggi, guarda caso, vota Giorgia Meloni. Ma non perché abbia rinnegato i suoi ideali, bensì perché crede che la sinistra li abbia traditi.
La colpa è forse della sua ignoranza, oppure dell’irrimediabile incapacità di una classe dirigente autoreferenziale che ha smesso persino di ascoltare chi le è sempre stato accanto?
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