Caso Ranucci, Lavitola: “Non sono stato io”. Entra in scena l’avvocato Cola
Nelle precise parole dell'ultraottantenne penalista, la "cifra" iniziale della linea difensiva che intende garantire al faccendiere indagato dalla Procura di Roma per strage
Attentato a Sigfrido Ranucci: Lavitola decide di avvalersi della facoltà di non rispondere ma rende dichiarazioni spontanee, il rebus della Dda di Roma tra “legami fraterni” e il mistero del movente, le parole dell’avvocato Sergio Cola.
Caso Ranucci, Lavitola in Procura
L’inchiesta sull’attentato che ha colpito il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci si arricchisce di un nuovo capitolo. Da un lato il conduttore si definisce pubblicamente “stordito”. Dall’altro il presunto mandante dell’esplosione dello scorso ottobre, Valter Lavitola, indicato come formalmente “sconvolto”.
A rendere la vicenda un unicum nel panorama delle indagini per reati di matrice mafiosa, la natura del legame tra i due protagonisti, descritto dall’avvocato storico del faccendiere, Sergio Cola, come uno “stretto e fraterno rapporto di amicizia”.
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Nulla di fatto a Piazzale Clodio: il caso Ranucci si apre oggi?
La difesa ha scelto di giocare la carta della totale inverosimiglianza logica dell’impianto accusatorio facendo leva su questa spiccata vicinanza personale. Nel frattempo, l’attesissimo faccia a faccia a Piazzale Clodio tra l’indagato e i magistrati si è risolto in un nulla di fatto. Valter Lavitola ha fatto scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere davanti al pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Edoardo De Santis.
Il nodo del movente e i rilievi tecnici informatici
La strategia del silenzio sposta inevitabilmente il baricentro dell’azione penale. L’inchiesta ha già portato all’arresto dei quattro presunti esecutori materiali della bomba, accusati di detenzione di ordigni esplosivi e danneggiamento aggravato dal metodo mafioso. La posizione del presunto mandante appare ancora priva di un elemento cardine: il movente. Un movente ancora tutto da accertare che rappresenta il vero punto debole della Procura guidata da Francesco Lo Voi.
In assenza di una confessione o di una chiara linea di interesse economico o politico, la tenuta dell’inchiesta non potrà poggiare su fragili ipotesi narrative o su teoremi giornalistici.
Il destino giudiziario del faccendiere dipenderà esclusivamente dall’esito dei rilievi tecnici informatici. Sarà la copia forense del materiale sequestrato dai carabinieri — i dati digitali estratti da telefoni, smartphone e computer di Lavitola — a dover fornire i riscontri oggettivi e le prove di ferro necessarie.
Senza messaggi, chat o tracciamenti finanziari inconfutabili, il rischio concreto è che i veleni travolgano le indagini.
Chi è Sergio Cola

Sergio Cola, classe 1942, 84 anni il prossimo 8 agosto, è un celebrato penalista nato a San Giuseppe Vesuviano in provincia di Napoli. Deputato di Alleanza Nazionale in tre legislature, è stato membro della Commissione Giustizia e di quella cosiddetta Stragi. Legale storico di Valter Lavitola, lo ha difeso in tutti i processi ove frequentemente emergevano contesti opachi o collegati agli ambienti dell’intelligence.
Ha difeso, tra gli altri, Alfredo Fabbrocini, oggi questore, per le vicende del G8 di Genova. Ha difeso imprenditori ed esponenti del centrodestra campano nei più diversi dibattimenti, uno degli ultimi il FdI Marco Nonno. E’ ritenuto vicino al principale partito della maggioranza, ai cui incontri tecnico-giuridici più recenti è talvolta intervenuto in Campania.
Nelle sue precise parole odierne, la “cifra” iniziale della linea difensiva che intende garantire a Lavitola. Il caso Ranucci, probabilmente, comincia solo oggi.
Il colpo di scena
Secondo l’agenzia LaPresse, Lavitola avrebbe risposto al procuratore capo Francesco Lo Voi e avrebbe reso dichiarazioni durante un interrogatorio durato due ore. L’indagato, con il suo legale, avvocato Sergio Cola, è uscito dal retro del tribunale senza rilasciare dichiarazioni: i due sono subito saliti in taxi.
“Non ho idea del movente e non so chi possa essere stato”. Ha detto così nella sostanza Valter Lavitola nel corso di una dichiarazione spontanea davanti agli inquirenti della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. Lo riferisce Askanews.
Lavitola ha respinto l’ipotesi accusatoria che lui possa essere considerato il “mandante”. Ai pubblici ministeri ha sottolineato di ritenersi “sconcertato” dell’accusa alla luce dei rapporti di “fraternità” con Ranucci.
Rispetto al fatto che circa 30 giorni prima dell’attentato fosse nella zona di Campo Ascolano, dove è la casa di Ranucci, Lavitola ha spigato che spesso “andava lì a trovare Ranucci”.
Il suo collaboratore Gomes Clesio Tavares? “L’ho mandato in Camerun, ora è lì per un affare sul carbon credit”, ha detto.
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