Cultura & Spettacolo

Caterina Sforza, la prima donna d’Italia

di Redazione -


di ALESSANDRO STADERINI BUSÀ
Roma 1484. Muore Sisto IV e l’Urbe si fa scenario di guerriglia urbana fra le grandi famiglie che ambiscono al soglio pontificio. In città è una 21enne milanese, lì per conto del marito, signore di feudi papali a rischio di revoca. Siccome il conclave va per le lunghe, la gentildonna monta a cavallo e, fra spade che si incrociano per le vie, galoppa, incinta di sette mesi, alla volta di Castel Sant’Angelo. La sua avvenenza, impressa dal Botticelli in una delle Grazie della Primavera, deve esser la ragione per cui il portone le viene schiavardato. La quantità di denaro che promette alla milizia di guardia, poi, quella che farà puntare i cannoni della fortezza in direzione Vaticano. Con questo blitz, ottenuta l’elezione di un papa benevolo al marito, il mito di Caterina Sforza è ufficialmente nato. Alta, occhi nocciola, trecce bionde e chignon – la cantarono i poeti con l’epiteto di Tigre di Forlì. La congiura di palazzo che, poco dopo, le porta via da sotto gli occhi la testa del coniuge, la conferma nel suo ruolo.

Agli assedianti che sotto le mura detengono i sei figli in ostaggio, “per mostrare che dei suoi figlioli non si curava”, Caterina si solleva le gonne “e mostrando con la mano il pube” grida: “Qui ho quanto basta per farne degli altri!”. Sbaragliato il nemico con l’ausilio dello zio Ludovico il Moro, così la contessa prende in pugno le signorie di Imola e Forlì. “Femina, quasi virago, crudelissima e di grande animo. Senza dubbio prima donna d’Italia”. Autrice del più completo trattato di medicina e cosmesi rinascimentale, con lei la figura della condottiera esce dalla fantasticheria di un Boiardo e di un Ariosto, per farsi reale: Giovanna d’Arco profana. Dopo un secondo matrimonio anch’esso finito con l’assassinio dello sposo, s’innamora dell’ambasciatore Giovanni de’ Medici. Morirà anzitempo anche lui, lasciandole il figlio Giovannino – futuro condottiero dalle Bande Nere – più cara eredità di una vita consumata fra trame di potere. L’Italia del passaggio di secolo XV-XVI è una polveriera.

Imola e Forlì sono finite sulla lista nera di Alessandro VI Borgia, che non esita a lanciarle contro il figlio Cesare, duca Valentino. Caterina resiste contro forze armate preponderanti. Veste un abito fulvo, lo strascico di un metro ed il cappuccio nero, al petto l’acciaio della corazzina. “Scriveva sconcezze sulle palle che faceva tirare nel campo del Borgia, per mostrargli che di lui e de’ suoi non aveva paura né rispetto”. Dopo un mese di bombarde, la cinta muraria difensiva è un lembo dietro al quale la Tigre si barrica coi fedelissimi. Attende soltanto il Valentino per farsi esplodere con un carico di polvere da sparo. Ma l’addetto alla miccia teme la morte assai più di lei ed il piano sfuma.

Caduta prigioniera, raccontano che il Borgia la costringa a catena, abusandone nelle stanze private, prima di cederla alle carceri di Alessandro VI, nella stessa fortezza che 20 anni prima la vide imporsi sulle scene. Muore di polmonite a 46 anni. Secondo le ultime volontà è sepolta in forma anonima in un convento. Se ne identifica la tomba nel 1800, ma coi lavori di ristrutturazione, le ossa di Caterina andranno perdute. Ripercorrendo la vita, a un frate confidava: “Se io potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo”.


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