Molto rumore per nulla
Il tanto atteso congresso della Lega si è concluso come nelle previsioni di un copione già scritto. Un incontro semiconviviale, lampo che ha riconfermato senza scossoni Matteo Salvini alla guida del partito. Al di là dei toni enfatizzati e della narrazione di una svolta, a uno sguardo più attento non si comprende quali siano i veri elementi di rottura maturati all’interno del Carroccio. Vi sono indubbiamente dettagli e novità di una certa rilevanza, ma la loro portata si ridimensiona drammaticamente non appena si scontra con il muro della realpolitik.
Rimuovere la dicitura “premier” dal simbolo rappresentava del resto una scelta quasi obbligata. Mantenere quell’auspicio appariva oramai più come una beffa strategica che come un punto di forza per lo stesso Salvini, considerate le attuali condizioni politiche e i rapporti di forza della coalizione.
Parallelamente, l’annuncio di una nuova segreteria politica ha un senso compiuto soltanto a due condizioni precise. La prima è che offra un’adeguata rappresentanza all’opposizione interna, a partire da Massimo Garavaglia che si è esposto in prima persona per dare voce al dissenso; la seconda è che questa struttura venga dotata di reali poteri di controllo sulla composizione delle liste e sulla definizione della linea politica del movimento, per poter incidere davvero sull’operato del segretario. Altrimenti si tratterebbe dell’ennesima sciarada di pessima qualità.
Kiev e la coerenza di Salvini: la vera prova per la Lega
L’aspetto di maggiore interesse mediatico resta dunque la paventata rottura sul sostegno militare a Kiev. Una posizione che, in sé, non è priva di aderenza alla realtà contingente. Lo stesso Zelensky appare oggi consapevole dell’impossibilità di riconquistare tutti i territori conquistati dai russi, aree peraltro a forte maggioranza linguistica russa e con una popolazione ampiamente radicalizzata contro il governo di Kiev. Se riconquistarle appare improbabile, mantenerle sarebbe un vero e proprio incubo.
Tuttavia, il nodo centrale non risiede nella fondatezza dell’analisi geopolitica, bensì nella capacità politica di Salvini di darvi seguito. È proprio sul piano della coerenza che si gioca la sfida più complessa. La credibilità del leader leghista è stata pesantemente compromessa in passato da condotte ambivalenti.
Dall’opposizione ai vaccini e al Green Pass, regolarmente votati e approvati all’interno del Consiglio dei ministri salvo poi uscire dal palazzo e liquidarli di fronte ai cronisti come provvedimenti sbagliati. Oggi Salvini assicura che porterà fino in fondo questa battaglia di rottura e, numeri alla mano, avrebbe il peso parlamentare per farsi valere sul serio dentro la maggioranza.
Ma se a questi proclami non seguirà nei fatti una svolta netta e tangibile, l’effetto delle sue sparate rischia di azzerarsi definitivamente. Con un attore politico apparso a più riprese consumato e inconcludente, la retorica del cambiamento senza il coraggio delle decisioni trasformerebbe l’intera operazione congressuale nell’ennesimo esercizio in stile, tanto rumore per nulla.
E questo potrebbe veramente fare molto male a tutta la Lega. Sia a quella salviniana. Sia a quella che non ha avuto il coraggio di lottare per cambiare rotta seriamente.
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