Crisi filiera: pasta Made in Italy fatta con grano estero
Lo "ammette" anche Jannik Sinner nello spot De Cecco
Il prezzo del grano duro crolla sotto la soglia di sopravvivenza, la filiera è in crisi. Mentre la Cun e Granaio Italia faticano a dare risposte, il Made in Italy si rivela dipendente dall’estero, come ammesso anche dagli spot più famosi.
Cun e Granaio Italia non bastano
Il settore cerealicolo italiano sta attraversando una delle crisi più profonde della sua storia recente. Al Sud, cuore pulsante della produzione nazionale, i valori del grano duro “fino” sono colati a picco, toccando minimi che oscillano tra i 277 e i 282 euro alla tonnellata.
Si tratta di una perdita secca di circa 7 euro in pochi giorni, un’emorragia che si somma ai ribassi registrati al Centro e al Nord. Il paradosso è che tutto questo avviene mentre gli strumenti creati per proteggere la filiera sono, almeno sulla carta, operativi.
Premiato il prezzo più basso, filiera in crisi
La trasparenza non basta. La Cun (Commissione Unica Nazionale) era stata invocata dalla filiera come la soluzione definitiva per garantire trasparenza e stabilità. Il suo compito, monitorare i prezzi e favorire l’incontro tra domanda e offerta, evitando oscillazioni speculative.
Tuttavia, non ha funzionato come sperato perché, pur rilevando il mercato, non può imporre prezzi minimi etici se l’industria ha accesso a materia prima estera a costi inferiori. In un mercato globale, la Cun si ritrova a essere uno specchio della crisi piuttosto che uno scudo, schiacciata da logiche di Borsa che premiano il prezzo più basso a discapito della qualità territoriale.
Il freno della burocrazia
Parallelamente alla Cun, lo Stato aveva messo in campo il tanto auspicato Granaio Italia, il registro telematico dei cereali che obbliga a denunciare le giacenze. L’obiettivo, nobile: “marcare” la sovranità nazionale, monitorando esattamente quanto grano italiano ed estero fosse stoccato nei magazzini per evitare speculazioni al ribasso durante il raccolto.
Ma perché Granaio Italia non è a regime pieno? La risposta risiede nelle lungaggini burocratiche e nelle resistenze di parte della filiera che vede nel registro un carico amministrativo eccessivo. Soprattutto, la semplice conoscenza dei dati di giacenza non si è tradotta in un aumento del potere contrattuale degli agricoltori.
Sapere che i magazzini sono pieni può, in certi casi, spingere i compratori a offrire ancora meno. La “sovranità” resta dunque un concetto burocratico se non supportata da una protezione reale dei confini commerciali.
Ancora tanto grano estero
Il vero nervo scoperto, il grano estero. L’Italia, nonostante la sua tradizione, non è autosufficiente: produce circa il 60% del grano duro necessario. Il restante 40% arriva dall’estero, ma è la provenienza a scatenare le polemiche. Russia, Turchia e Canada sono i principali fornitori.
Nonostante il conflitto russo-ucraino, non esiste un divieto assoluto all’importazione, ma solo dazi doganali elevati (fino a 95 euro a tonnellata) per disincentivare l’acquisto. La seconda insidia, dalla Turchia. Diventata un hub centrale, esportando massicce quantità a prezzi imbattibili grazie a costi di produzione molto più bassi. O a triangolazioni con altri Paesi.
E l’Ue cosa fa?
L’Ue mantiene una posizione ambigua. Promuove la sostenibilità ma non può chiudere le frontiere per non violare le regole del commercio mondiale e per garantire approvvigionamenti a basso costo all’industria della trasformazione. Le immagini passate delle proteste nei porti a Bari e Pozzallo, con gli agricoltori che presidiavano le banchine contro lo sbarco delle navi cariche di grano straniero, il simbolo di questa disperazione.
Azioni con una forte eco mediatica ma che non sono riuscite a fermare i flussi. Anche il tema dei controlli, spinoso. Se è vero che le ispezioni sono aumentate per verificare la presenza di fitofarmaci vietati in Ue (come il glifosato, spesso usato in Canada), i numeri reali dicono che la stragrande maggioranza del grano importato rientra nei parametri legali. Il problema non è dunque sempre la “legalità” del grano estero, ma la sua sostenibilità economica per chi produce in Italia rispettando regole molto più stringenti e costose.
Lo ammette anche… Sinner
Un filo drammatico che ariva fino a Jannik Sinner. Nello spot della pasta De Cecco, il campione di tennis Jannik Sinner recita un payoff richiamato ai “migliori grani del mondo”. Un’ammissione di trasparenza commerciale che però brucia sulla pelle dei cerealicoltori italiani.
Conferma quello che la filiera sa da tempo: la pasta “Made in Italy” è spesso un prodotto d’ingegno italiano applicato a materia prima globale. L’industria difende questa scelta sostenendo che per mantenere gli standard proteici necessari alla “tenuta” della pasta servano miscele con grani esteri. Ma questa strategia condanna il grano italiano a una competizione al ribasso che non può vincere.
Sarà sempre così?
Se non si passerà dai registri telematici ai contratti di filiera obbligatori che garantiscano un prezzo minimo basato sui costi di produzione certificati, il rischio è l’abbandono delle terre, specialmente al Sud. La sovranità alimentare non si costruisce solo con le etichette, ma garantendo che coltivare grano in Italia torni a essere un’attività economicamente sostenibile.
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